Ahimsa – la nonviolenza

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La violenza come massimo grado di separazione

Ahimsapratisthayam tatsamnidhau vairatyagah

“Quando si è saldamente stabiliti in Ahimsa ogni ostilità cessa nelle proprie vicinanze”

A-himsa [non-violenza] è il primo degli Yama, le ingiunzioni di carattere restrittivo delineate da Patanjali. Ad essa è dedicato il sutra 35 sopra riportato.

Ahimsa è non a caso il primo Yama: la violenza rappresenta in assoluto il massimo grado di distanza che può essere tenuto tra sé e un altro essere vivente. Esattamente l’opposto del percorso di ricongiungimento con il Tutto cercato dallo Yoga.
Leggendo il sutra è possibile osservare come compaia un riferimento “agli effetti” di questa pratica: nulla è per caso, e Patanjali descrive la realizzazione degli Yama e Niyama come la chiave di volta per delle vere e proprie siddhi: delle abilità fuori dall’ordinario, sovraumane. Di Ahimsa è detto che colui il quale ne è padrone vedrà “la mucca, la capra e la tigre vivere, mangiare e bere insieme”. La sua semplice presenza acquieterà ogni conflitto. Tale individuo è definito tradizionalmente ajata shatru (“nato senza nemici”), ma anche nei racconti tradizionali si tratta di un caso piuttosto raro. Interessante il riferimento nei commentari più recenti (vedi “Quattro capitoli sulla libertà” di Sw. Satyananda Saraswati, qui) al fatto che nemmeno Adi Shankaracharya (il padre dell’ordine monastico degli swami), Buddha Shakyamuni e  Krishna stesso fossero pienamente padroni di Ahimsa, come si evince dalla loro tendenza a polemizzare con le altre scuole e sistemi di pensiero: chi risiede in Ahimsa ricerca l’unione, non la separazione… o giace in silenzio lasciando che sia la sua “aura” a dipanare ogni tensione. Questo almeno ci dice la tradizione.
Ma è davvero possibile un’Ahimsa così perfetta? E’ possibile una vita del tutto purificata dalla violenza? La risposta – almeno sul piano della realtà comune è con ogni probabilità un distinto no. La violenza è parte della vita stessa. L’atto stesso di essere vivi, di nutrirsi – che consiste nel sottrarre qualcosa al mondo per averlo per sé – ha in nuce il seme della “violenza”. Una violenza concettuale, germinale e potenziale, non ancora da intendersi come vero e proprio atto di aggressione con connotati volitivi o reattivi. Ma è lì e, in qualche forma, la userai.

Riconoscere la violenza in sé stessi

La vita stessa è un atto di “affermazione”, e l’affermazione di sé – per quanto nucleare possa essere – è alla radice di ogni violenza. Ma per comprendere questo concetto bisogna uscire da ogni comune logica definitoria.
Il primo insegnamento che ci dona Patanjali, valido per tutti, è: riconosci la violenza in te stesso. Ricordiamo inoltre che nello Yoga tutto parte sempre non dall’azione ma dall’intenzione. Non basta non avere un atteggiamento esteriore violento per definirsi nonviolenti. Il più delle volte la propria componente aggressiva (vedi articolo qui) prenderà forme subdole, tanto più se non riconosciuta e orientata.

Una volta riconosciute le manifestazione più insidiose della propria natura diverrà possibile iniziare la pratica di pratipakshabhavanam, la coltivazione della “virtù” opposta.

NOTA: si ricorda che qui non si articola a proposito di “bene” e “male”, “vizio” e “virtù” in senso assoluto, dogmatico o etico/morale; bensì, seguendo la logica sopra esposta. Alcune attitudini avvicinano all’Altro, altre allontanano… quale si vuole seguire? Questo è il punto.

Nel momento in cui si manifesta una tensione distruttiva ne divengo consapevole e agisco subito per contenerne l’impulso interiore. Eppure la vita talvolta mette in condizioni di extrema ratio: lottare per sopravvivere, per difendere qualcuno… si tratta di temi che certo non possono essere evitati e che non hanno risposte facili.
Patanjali ad ogni modo non si rivolge alla “normalità”, ma a quegli adepti che con convinzione avessero deciso di intraprendere la via del sadhaka (colui che pratica la sadhana, che cerca la liberazione spirituale): a questi rivolge le sue indicazioni, non alla società ai fini di un miglioramento della stessa. Certo è, tuttavia, che una seria riflessione sulla nonviolenza a livello sociale sarebbe di beneficio a tutta l’umanità… perciò ben venga anche chi si adopera usando questi principi ai fini di un generico miglioramento di sé stesso e, nel proprio piccolo, della relativa nicchia sociale a cui appartiene. Ogni progresso culturale è il risultato della riflessione iniziale dei pochi che per primi l’hanno ideato e proposto… non casca dal cielo.
Il tema richiederebbe ampi approfondimenti filosofici che in questa sede non sono possibili; si invita tuttavia a meditare sul senso e le possibilità di un’attitudine alla nonviolenza applicata in senso estensivo, nella vita quotidiana… cosa comporterebbe? Quali sarebbero le premesse necessarie e le implicazioni?

lavarsene le mani, irresponsabilità

Lo Yoga e la nonviolenza: disimpegno o responsabilità?

Come delineato fino ad ora, lo Yoga, inteso come percorso di evoluzione personale, guida verso un lavoro di piena presa di coscienza delle proprie componenti interne, di cui la [capacità di compiere] violenza è parte integrante.
Ma lo Yoga è anzitutto un percorso di evoluzione. Dato che abbiamo vissuto per millenni nelle grotte prendendoci liberamente a sassate in testa, non significa certo che questa sia l’unica via… sicuramente era “la normalità” nelle epoche passate. Ma non ci siamo fermati lì, per fortuna. Ed è completamente errato affermare che “alla fine facciamo la stessa cosa con mezzi diversi”: sicuramente il comportamento base è lo stesso – essendo quella della violenza un’attitudine ancestrale in noi radicata -, ma oggi per grandi fette della popolazione umana esistono diritti e tutele neanche lontanamente equiparabili a quelli abbozzati anche nelle più avanzate civiltà del passato. Si evolve. Poi magari ci autodistruggeremo nel prossimo futuro… ma nel frattempo, un po’ alla volta, stiamo evolvendo culturalmente (ovviamente: questo non implica che non esistano luoghi nel pianeta dove vigono ancora logiche primitive basate sulla legge del più forte – e non in senso astratto).

Laddove vi è scelta è sempre auspicabile evitare ogni forma di violenza. 

Tuttavia non sempre nella realtà è possibile sottrarsi al confronto; sebbene Patanjali ci ingiunga che “nei pressi della dimora del Saggio la mucca, la capra e la tigre vivono, mangiano e bevono insieme”, l’evidente scarsa presenza di saggi nel mondo ci porta ad una realtà ben più complessa e problematica. La storia dell’uomo potrebbe essere – ed è – narrata con la storia dei suoi conflitti bellici, tanto è preponderante questa parte del cammino umano. Potrebbe sorgere così spontanea una domanda: sarà mai possibile seguire un percorso di evoluzione interiore, spirituale, senza ritrovarsi in una fuga alienata destinata alla disillusione?

baghavad gita, arjuna, krishna, guerra

Idealismo vs realismo?

La domanda sorge sulla base della complessità del discorso. Di seguito proveremo ad articolare un pò il tema. Lo Yoga è nato da un’esigenza panumana: l’esigenza di armonia nella vita (eliminazione della sofferenza) e di integrazione del pensiero della morte (superamento della morte). Nasce dal bisogno di affrancarsi dalle istituzioni religiose formali (è questo un discorso che ritroviamo non solo nello Yoga col brahmanesimo, ma anche nel sufismo dell’Islam o degli eremiti cristiani ecc) per ricercare un’esperienza diretta col piano assoluto a cui si anela. In questo senso, e non pensando ad una soluzione dei problemi della collettività umana, si sviluppano le riflessioni del percorso. La nonviolenza assoluta – si sottolinea “assoluta” – indicata da Patanjali è da contestualizzare almeno ad una ben specifica realtà, che ha come condizione essenziale la piena rinuncia al mondo fisico e, nel caso, alla propria vita. Il monaco si arrende passivo di fronte alla violenza perché con la mente è oltre la manifestazione di questa vita. Ne “segue il flusso”, diremmo oggi. Che si condivida o meno il senso del gesto: si consideri solamente la disposizione interiore per comprendere il discorso. Il monaco o lo yogi non vivono (idealmente) in condizioni di, ad esempio, dover difendere i propri cari o i frutti del proprio lavoro. A questo punto sorge spontaneo un ulteriore chiarimento sulla logica inerente la cultura di riferimento, ovvero quella indiana: il karma – la legge di causa-effetto – è per sua natura inconoscibile, e solo chi è molto, ma molto, avanzato sulla via spirituale può discernere la “giusta azione” da compiersi. Non rispondo alla minaccia, soccombo io e un’altra persona. Questa non-risposta potrebbe essere per me “cattivo karma”, secondo la narrativa in questione. Vi sono parecchie storie tradizionali in merito, di cui una molto interessante viene dai sutra in pali di Buddha Shakyamuni, il Buddha storico.

In questo racconto si narra di come Shakyamuni, in viaggio su una barca con molte persone, si ritrova suo malgrado in presenza di un tentativo di rapina violenta da parte di uno dei passeggeri; egli agirà uccidendo il rapinatore con un pugno. Alla domanda di un suo discepolo su un gesto così in contrasto con la dottrina della nonviolenza da lui predicata, egli risponderà che sapeva che quell’uomo avrebbe ucciso molte persone e così ha deciso di prendersi in carico il karma del gesto di ucciderlo.

Lui, “da illuminato”, poteva. Ma noi?

La storia è poco nota ma assolutamente parte degli insegnamenti. Un altro interessante riferimento viene dalla Bagavad Gita, parte del poema epico Mahabharata, nel capitolo dedicato alla conoscenza dello Yoga. All’inizio di questa parte, il condottiero Arjuna si ritrova sul carro da guerra con Krishna, di fronte l’esercito del re tiranno usurpatore che aveva dichiarato guerra al suo regno. Egli è in preda a mille dubbi sul da farsi: vorrebbe gettare le armi in nome della tanto meditata e con difficoltà coltivata nonviolenza. E’ sconfortato, sa che di fronte a sé sul campo di battaglia ha uomini come lui, alcuni li conosce addirittura, gli sono parenti… come potrà mai combatterli? E così Krishna gli illustrerà il senso del dharma (cosa è giusto fare nel proprio contesto di vita, semplificando): il suo ruolo ora è uno soltanto, ovvero combattere per evitare che l’esercito del tiranno conquisti il regno portando morte e sofferenza maggiori. Arjuna si interroga anche sulla spirale della violenza. Al riguardo Krishna gli spiegherà che ogni cosa nella manifestazione, nella realtà, ha un posto e un ruolo. Il gioco del Samsara. Questa è la vita.
Nell’ordine delle cose vi è la possibilità di conflitto e, talvolta, il bisogno di affrontarlo. Sia chiaro: anche ammesso che si tratti di un espediente narrativo per giustificare lo status quo delle cose, il problema resta. Ci saranno sempre individui o gruppi che useranno la violenza come strumento. Anche in un ipotetico regno o stato pacificato. Ne facciamo esperienza e ne sentiamo le cronache ogni giorno, no? Ricordiamo inoltre che i semi della violenza sono ovunque, nella prevaricazione e nell’aggressione verbale, nel bullismo, nel gusto alla polemica a tutti i costi, nella contrapposizione ideologica e insomma in tutti quegli atteggiamenti che generano separazione.
L’Assoluto a cui mira il sincero ricercatore spirituale è però oltre le miserie della realtà – così come le sue gioie: è la piena integrazione e accettazione della stessa realtà, così come si manifesta.
E per dimostrare ciò Krishna mostrerà su richiesta di Arjuna i suoi infiniti volti… ed egli ne sarà inizialmente sconvolto, scoprendo che il Divino a cui anelava era anche fatto degli orrori che temeva. Maya, il volto della manifestazione, includeva in sé ogni aspetto del Reale: guerre, carestie, pandemie, sofferenze e brutture di ogni sorta. Solo guardandolo intensamente e senza timore, accogliendolo nella sua interezza – integrandolo diremmo oggi – diviene possibile oltrepassarne il velo e approdare allo stato di ananda, la stasi, la beatitudine dove ogni cosa – compreso il proprio sé, la propria autorappresentazione – si dissolve con tutti i suoi limiti. Sia che lo si voglia intendere sul piano metafisico sia lo si voglia intendere su quello meramente psicologico. Si tratta comunque di una realtà esperienziale alla portata di ogni sincero praticante nel percorso dello Yoga, magari anche solo in forma di scintille di intuizione.

Un’intuizione che alleggerisce l’animo.

Si mediti sulla possibilità di accettare le disgrazie della Realtà con distacco. Ovvero? Il distacco menzionato (Vairagya) è uno stato interiore nel quale non ci si affranca dall’esperienza della sofferenza in sé (o dall’esperienza positiva che sia), ma dalla presa della stessa sulla mente. Dalla tensione verso il voler trattenere ciò che piace e aggredire o fuggire da ciò che non piace. Che siano cose, persone, situazioni o… idee.

La nonviolenza non va confusa con la deresponsabilizzazione o l'immobilità

“Pratico Yoga e quindi non mi interesso di politica, non voglio sentire parlare delle brutture del mondo”

Questa è la via dell’illusione. Che inevitabilmente porta alla disillusione e all’annientamento di ogni possibilità di sincera evoluzione interiore. Per non parlare di quella collettiva. Il punto semmai è non ossessionarsi morbosamente con i bombardamenti mediatici di chi vive e guadagna sulla vendita della paura, della conflittualità, del creare nemici…

Imparare a guardare e gioire del foss’anche singolo raggio di luce che attraversa le nubi più oscure del cielo. Per mantenere la mente limpida e l’animo leggero.

E insieme guardare al mondo per sapere cosa succede, e parteciparvi attivamente con scelte responsabili, senza ossessionarsi con fanatismi e ideologie. Tale è forse la via più proficua per tutti coloro non strettamente interessanti al raggiungimento della Liberazione in senso metafisico, pur accogliendo i principi del percorso dello Yoga.

Epilogo:

  • Il conflitto violento, e più in generale il conflitto che è alla radice della violenza, non deve essere una scelta primaria. Ma è una possibilità della realtà indipendentemente dal nostro volere. Sta a noi impegnarci a non favorire le condizioni della sua genesi.
  • Va evitato fino allo stremo, impegnandosi costantemente e prioritariamente a cercare altre vie. Disinnescare, non fomentare i conflitti in corso. Qualunque sia la scala. E se parliamo di vere e proprie guerre, ricordarsi che la vita umana non ha prezzo. Ogni singola vita umana. Non ci sono degli astratti soldatini che vanno a morire per le belle cause. Ci sono vite umane, come la nostra e quella dei nostri cari.
  • Tuttavia ciascuno ha il suo dharma: se il monaco con la sua comunità possono riposare sereni nel loro eremo, è perché là fuori qualcuno vigila sulla loro sicurezza, prendendosi carico dei rischi insiti nell’uso della forza coercitiva, ovvero della violenza.

Il tema nel complesso è estremamente problematico e problematizzabile; ogni parola potenzialmente aprirebbe il fronte a numerosi “si ma”. A tal riguardo il presente approfondimento ha solo la funzione di spingere ad una riflessione personale su un tema oggi più attuale che mai, al fine di potersi orientare al meglio, più consapevolmente, nella propria esistenza.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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