Aparigraha – liberarsi dall’avidità per ritrovare sé stessi

Aparigraha assenza di avidità non accaparramento ritrovare sé stessi

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L'avidità della natura umana

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“Laddove Aparigraha (non-possessività) diviene salda sorge la conoscenza del come e del perché del nascere”

Aparigraha può essere tradotto come “non possessività” o “non accaparrare”; ancora una volta Patanjali ci guida indirettamente verso una più profonda comprensione dell’animo umano. Il significato di questo Yama va infatti ascritto alla pulsione innata verso il possesso esclusivo, a cui segue l’accumulo e l’inevitabile tensione verso il mantenimento di ciò che è stato fatto proprio, insieme alla paura di perderlo.

Si manifesta l’avidità.

Un altro aspetto di questa assai perniciosa dinamica è l’identificazione con i propri possedimenti, secondo l’equazione: “Io ho, quindi sono”, da cui non può che seguire il diffuso “più ho, più sono [grande]”.

Come vedremo a breve, si tratta tuttavia di pulsioni ancestrali e adattamenti evolutivi su cui, ancora una volta, il percorso dello Yoga delineato da Patanjali ci invita a riflettere e, idealmente, superare. La stessa siddhi ottenibile con la realizzazione dello Yama (“sorge la conoscenza del come e del perché del nascere”) ci ricorda che il senso della vita non risiede in ciò che abbiamo, in ciò che accumuliamo.

Bisogni e desideri

A questo punto, per approfondire la comprensione di questo Yama, è fondamentale comprendere la distinzione tra bisogni e desideri, entità interdipendenti ma concettualmente distinte. I bisogni sono fisiologicamente determinati e possono essere al massimo contenuti, ma non eliminati: mangiare, bere, dormire, sono esempi per capire di cosa stiamo parlando. I desideri possono essere considerati una sorta di estensione dei bisogni, risultato dell’emersione della coscienza umana e della sua facoltà di andare oltre quello che c’è sul momento.

Abbiamo bisogno di mangiare e il desiderio dei dolci.

Il bisogno è essenziale all’organismo che lo avverte in virtù di ben definiti processi fisiologici. Il desiderio è figlio della volizione – io esisto e voglio – propria della mente umana. Il desiderio segue il principio del piacere (sì, proprio quello di freudiana memoria), per la tradizione di Patanjali espressione di Raga (vedi qui). Il bisogno una volta soddisfatto si dissolve. Il desiderio soddisfatto, dopo un brevissimo momento di appagamento, inevitabilmente lascerà un senso di vuoto. Seguirà il richiamo di un nuovo desiderio, il quale prescinderà dall’appagamento del precedente. Tale è il loop nel quale volenti o nolenti ci troviamo troppo spesso persi nelle nostre vite. Caratteristica della mente cosciente è inoltre la capacità di giungere a provare piacere già solo nel proiettarsi verso l’ottenimento dell’oggetto di desiderio, fino a generare fantasie che possono divenire condizionanti quando non sostitutive della realtà. Il desiderare si può fare stile interiore di vita. La perenne insoddisfazione ne sarà il problematico epilogo.

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Nella mente umana il desiderio può divenire bisogno

L’indulgere smoderatamente nei desideri porta inoltre alla trasformazione degli stessi in bisogni e, senza neppure rendersene conto, ci si ritrova condizionati da infiniti e inappagabili desideri ormai divenuti veri e propri bisogni: si tratta di un meccanismo noto ai pubblicitari e fondamento della società dei consumi in cui viviamo (consumi a tutti i livelli, commerciali, emozionali, relazionali…). Tuttavia la tensione verso l’accaparramento è propria anche di altre specie animali e potrebbe essere facilmente ascritta alla filogenesi stessa, in quanto strategia adattiva di sopravvivenza. La differenza è che negli esseri umani la disposizione della mente alla metariflessione compartecipa alla generazione di una grande quota di sofferenza evitabile.

Ha senso sentirsi infelici o inappagati perché non si riesce ad acquistare il nuovo smartphone o il nuovo veicolo “dei sogni”? La risposta dovrebbe giungere da sé.

Tutto questo meccanismo è quindi una sorta di “male assoluto”? Ancora una volta: dipende dalla prospettiva. Se pensiamo all’evoluzione tecnologica, ad esempio, non possiamo che riconoscere come questa tensione verso la soddisfazione di sempre nuovi desideri – oltre ciò che abbiamo già – abbia fatto da vero e proprio “driver”, sia stata una vera e propria spinta propulsiva verso il miglioramento delle condizioni di vita e del benessere più in generale (certamente aprendo la strada a una notevole mole di altri problemi, ma questa è un’altra storia). Se tuttavia ci riferiamo alla realtà della qualità interiore di vita… beh, il discorso cambia: che la vera felicità sia nella semplicità è un concetto oggi sempre più condiviso. Al netto della piena soddisfazione dei propri bisogni fondamentali, naturalmente.

5 modalità in cui l’avidità si può manifestare nella nostra mente

Quando si pensa all’avidità in genere si fa riferimento all’accumulo di ricchezze, di beni, di oggetti… ma il corretto riferimento è molto più vasto. Come sempre Patanjali ci guida verso principi ideali, di valore assoluto. Anzitutto useremo indifferentemente l’espressione bisogno in luogo di desiderio a sottendere la già avvenuta trasformazione del desiderio in vero e proprio bisogno, con i relativi corrispettivi fisiologici propri del cosiddetto “sistema della ricompensa”, ovvero l’insieme di strutture neurali che rispondono al rilascio di certe sostanze neurotrasmettitori (di cui la dopamina è la più nota), le quali mediano la sensazione di brama, soddisfazione e appagamento… e i relativi opposti, da cui il problema di vivere con questo sistema iperstimolato. Scopriamo quindi queste 5 modalità in cui si può manifestare -parigraha:

  1. La sua forma più indistinta e primordiale: il bisogno di possedere e accumulare cose materiali, quali esse siano. Dove la mano arriva: prendo e accumulo. Gli oggetti materiali sono il suo riferimento per eccellenza. Esperienzialmente facciamo riferimento a quella sensazione viscerale di desiderio per qualcosa di nuovo, qualcosa in più di quello che abbiamo. Quando vedo la pubblicità del nuovo gadget tecnologico e sento una potente pulsione al suo acquisto, con magari il precedente che risale a qualche mese prima, questa è la dimensione di cui parliamo.
  2. Le esperienze emotive, le emozioni, sono a questo livello l’oggetto di -parigraha… si sente il bisogno di provare emozioni intense, continuamente, qualunque esse siano… facilità all’innamoramento, gusto per la rabbia, paura… sono tutte espressioni di questa dimensione del proprio ego che brama sempre nuove emozioni. Ancora e ancora.
  3. Qui -parigraha diviene accanimento mirato, ossessione. Questo è il livello dell’Io-voglio rivolto ad un oggetto ora chiaramente definito, o a più oggetti definiti, da bramare compulsivamente. A questo livello il desiderare primordiale, da “accumulatore” si fa azione strategicamente organizzata: “Io voglio e mi adopero per ottenere ciò che voglio”. E’ anche la condizione in cui si manifesta la brama insaziabile di potere, quella che guida i cattivi dei film e i molti, troppi, personaggi potenti del mondo reale. Sei multimilionario ma ne vuoi ancora di più. Amministri le holding di mezzo pianeta ma non ti basta. Detieni otto cariche pubbliche ma punti alla nona. Guadagni il sestuplo di un comune cittadino ma non ti basta. Non se ne ha mai abbastanza. Mai.
  4. A questo punto i bisogni fanno più rarefatti; ora -parigraha esprime il desiderio di possesso e unione esclusiva con un Altro-da-sé. Quindi con un’altra persona o qualsiasi altra entità, ad esempio un animale o qualsiasi altro Oggetto che si sente vivo, animato, ovvero su cui si proietta un’identità. Si può sentire il desiderio compulsivo di stabilire continuamente “legami speciali”. E’ questo il livello in cui si esprimono le psicopatologie legate alla sfera relazionale (ad esempio il noto disturbo di personalità borderline divenuto celebre nel film “Ragazze interrotte”, dove appare il bisogno di “fusione” con un altro individuo idealizzato). Altro tema esemplificativo di questa dimensione è il bisogno di attenzioni continue. Esisto solo se l’Altro mi riconosce continuamente.
  5. Nell’ultima modalità di interesse per l’escursione qui in analisi, -parigraha esprime il “bisogno” di attrarre gli altri nel proprio mondo interiore, di avere consenso intellettuale, tipicamente. Tutto ciò che concerne la sfera dialogica, la modalità più sottile, più “eterea” di relazione con l’Altro.

-Parigraha si esprime insomma attraverso l’immagine di una mano e di un volto affannato a cercare continuamente di raggiungere qualcosa… qualcosa che non si riesce mai del tutto ad afferrare. Una sete che non si riesce a sedare.
Nota: se qualcuno vi ha ravvisato il percorso dei 5 principali chakra dello Yoga (il 6o e il 7o trascendono la natura umana e perciò non sono legati ad alcun bisogno/desiderio), non è per caso. Delle dimensioni dei chakra – e dei modi in cui si manifesta in essi la nostra psiche – parleremo però estesamente più avanti.

L’auto osservazione consapevole è la chiave

A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda:

Qual’è quindi la “giusta attitudine” da tenere relativamente a questo importante Yama?

L’auto osservazione, ovvero l’ormai arcinota “consapevolezza di sé”, esito dello studio di sé, di cui parleremo prossimamente. Prima di agire, sempre interrogarsi – o farsi aiutare da un professionista alla bisogna – sul senso profondo dei propri vissuti interiori. E dopo essersi osservati e avere identificato i propri nodi, addestrarsi a raffrenare le proprie tensioni interiori quando ci si rende conto che sono causa di instabilità e sofferenza, magari attraverso la ripetizione di modalità d’agire disfunzionali, ad esempio nella gestione delle proprie finanze o relazioni che sia.

Infine una nota: Aparigraha è strettamente connesso col secondo Niyama (vedi qui): Santosha, “l’accontentamento”, che ne è il vero e proprio antidoto. Ma di questo parleremo a breve in un prossimo articolo.

Author
Angelo Bertuccio
Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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