Dal caos esteriore alla pace interiore
Nel precedente articolo, “Dal caos esteriore alla pace interiore“, abbiamo esplorato come le circostanze della vita possano, nostro malgrado, portarci a manifestare comportamenti che non rientrano nei nostri schemi d’azione ideali o, ancora, sedare la nostra ragione e il nostro buon senso per seguire nebulosi obiettivi inconsci (rivalsa, soddisfazione oppositiva ecc) anche a danno di noi stessi o di altre persone.
“Non attraversare col rosso!”
“Ah sì?! Adesso ti faccio vedere io!”
Tale è una delle ragioni per cui è fondamentale lavorare su di sé, conoscersi e conoscere i propri “schemi di funzionamento”, le proprie fragilità e idiosincrasie: queste componenti alla base della nostra potenziale reattività andranno riconosciute e accettate al fine di poter essere viste e, conseguentemente, gestite.
Alcuni esempi comuni
Pensiamo alle comunissime tensioni relazionali spesso vissute tra figli ormai adulti e genitori grandi anziani di magari oltre 80 anni. Nel mondo spirituale esiste una battuta simpatica ed efficace: “se ti credi illuminato, prova a tornare dai tuoi genitori per una settimana e poi fammi sapere” (!). Semplificando, i potenti condizionamenti infantili possono attivare risposte fisiologiche che fanno sì che anche una persona pienamente adulta, “matura”, possa trovarsi a rispondere sgarbatamente alla propria anziana madre che gli offre una volta di troppo un secondo giro della portata, durante una visita di cortesia, negli intenti basata su attenzione e affetto. La differenza tra una persona che ha lavorato su di sé e una che non lo ha fatto? Ipotizziamo una fisiologica risposta di rabbia in entrambi i casi, assumiamo dovuta al tipico tono coercitivo (“dai mangia che è buono!”) col quale molti genitori si rivolgono ai propri figli fin dall’infanzia. La prima persona avvertirà il sorgere della rabbia prima che questa attivi una risposta reattiva burbera. La seconda persona, nel migliore dei casi, avrà di che pentirsi dopo aver reagito in maniera sgarbata alla premurosa offerta materna, rinforzando così una delle molte croniche e purtroppo comuni relazioni genitori-figli, cariche di rancori, incomprensioni e sensi di colpa in vita o, peggio, post mortem.
Prendi nota: mai chiudere la porta di casa senza essersi pacificati con i propri affetti.
Un altro esempio meno sottile ma assai esplicativo di ciò di cui stiamo parlando: si pensi alla cosiddetta “road rage” che, al netto delle peculiarità psicologiche del contesto (sfogo catartico delle proprie tendenze competitive, rabbia repressa da ingiustizie subite, stili umani aggressivi ecc), si esprime in maniera analoga al caso precedente; ovvero ad un certo punto, per un evento magari non così critico, esplode l’aggressività che, purtroppo, talvolta si trasforma nell’insensata violenza di cui tropo spesso leggiamo nelle cronache quotidiane. Vediamo quindi di capire cosa succede dentro di noi in questi casi.
Siamo esseri razionali che provano emozioni?
Sarebbe bello. Gli studi neuroscientifici e di psicologia sociale indicano piuttosto che in realtà siamo esseri emotivi che, impegnandosi, riescono ad essere razionali. Inoltre, questa razionalità a guida del nostro essere-al-mondo tende a svanire sorprendentemente in fretta non appena il nostro livello di arousal supera la soglia di guardia.
Cos’è l’arousal e perché ci rende "folli"
In summa sintesi e in una cornice di massima semplificazione, l’arousal può essere definito come lo stato di attivazione neurofisiologica dell’organismo. È la scarica di energia che ci prepara all’azione. Se l’arousal è moderato, siamo vigili e performanti. Tuttavia, quando l’attivazione diventa eccessiva – a causa di rabbia, paura o anche euforia – si manifesta ciò che Daniel Goleman ha definito “sequestro emotivo“. A questo punto, ai fini del nostro discorso, credo sia utile introdurre un po’ di anatomia presentando una ghiandola fondamentale del nostro encefalo: l’amigdala. Si tratta della nostra centralina delle emergenze, una ghiandola a forma di mandorla, da cui il nome. Ve ne sono due, una per emisfero, posizionate all’interno del sistema limbico, nell’area centrale e più antica dell’encefalo. La sua anzianità filogenetica è dovuta al suo ruolo cardine per la sopravvivenza della specie: l’amigdala agisce infatti come centro nevralgico per la regolazione delle emozioni, elaborando in particolare la paura e l’ansia, mediando perciò le risposte di attacco e fuga. Quando la sua attivazione prende il sopravvento su quella della corteccia prefrontale (la coprotagonista della nostra storia, la sede del ragionamento logico e più in generale dell’organizzazione del pensiero fine e del comportamento misurato) scatta la pluricitata re-azione. Il risultato? Il pensiero ponderato si fa da parte per lasciare spazio a reazioni istintive, primordiali, spesso completamente irrazionali.
Il “qui e ora” biologico
In queste condizioni, la nostra capacità di valutare le conseguenze delle nostre azioni scompare. Diventiamo letteralmente prigionieri di un vero e proprio imperante “qui e ora” biologico:
- Diciamo parole che feriscono persone care.
- Prendiamo decisioni relazionali, finanziarie o lavorative impulsive.
- Interpretiamo gesti neutri come minacce dirette o indirette.
In un certo senso, si potrebbe dire che quando questa modalità reattiva orientata alla sopravvivenza si attiva, perdiamo noi stessi; letteralmente “regrediamo” ad un sistema biologico in modalità sopravvivenza che ha perso la capacità di distinguere un predatore nella giungla dal collega che fa un commento fuori posto o dall’autoveicolo che ci sorpassa male. Questo fondamentale bisogno di sopravvivere si manifesta a tutti i livelli del nostro essere, quindi – in forme assai più complesse – un’analoga modalità di risposta si attiva anche in tutte le situazioni in cui la nostra psiche percepisce il rischio di essere ferita; per due esempi, uno comune e uno meno, si pensi alle osservazioni critiche (anche date con delicatezza) che possono generare un moto interiore di stizza, o al suggerimento non richiesto dato ad un genitore su come curare i propri figli. In entrambi i casi, semplificando, l’Ego si sente aggredito e si può attivare una risposta emotiva difensiva in grado di portare conflitto o allontanamento.
Nota: ovviamente qui non ci si sta riferendo alle vere e proprie relazioni disfunzionali, ma agli occasionali irrigidimenti o attriti che possono sorgere anche in una relazione normalmente buona e sana.
Tutto il nostro essere brama profondamente di sopravvivere e non essere ferito: è una priorità, talvolta anche a scapito del buon senso o addirittura, paradossalmente, del nostro interesse.
Dal caos biochimico alla consapevolezza di corpo e mente
Se quando il caos esterno domina la soluzione potrebbe essere il distanziamento dai rumori del mondo, nel caos di un’elevata attivazione emotiva, la soluzione più efficace resta la gestione consapevole del corpo prima che si manifesti la reazione. Non si può “ragionare” con un’emozione che ha già raggiunto il picco massimo di arousal, risultando quindi oltre la possibilità di mediazione della corteccia prefrontale – per dirla brutalmente in neuropsicologichese. Tentare di usare il “buon senso” mentre il cuore batte a mille per un’improvvisa scarica di adrenalina (o in seguito all’accumulo di tensione) è come cercare di leggere un libro durante un uragano.
Prepararsi all’arrivo dell’uragano
Leggere un libro durante un uragano? In verità è assolutamente possibile farlo: a patto che ci si prepari adeguatamente e all’arrivo dell’uragano si sia pronti a riceverlo. In questo senso – strategicamente parlando – la preparazione è tutto quando si deve affrontare una vera sfida. Se siamo preparati all’evento le possibilità di agire nella maniera migliore possibile aumentano esponenzialmente. Al contrario, quindi, le circostanze inattese sono proprio quelle in cui più facilmente “si perde la testa”. Tanto per capirci con un esempio diverso dal solito: nei corsi di guida sicura si insegna la cosiddetta “guida difensiva”, ovvero ci si addestra ad aspettarsi pericoli dietro ogni angolo e, quindi, a prevenirli. Per quanto paradossale possa sembrare, per non fare incidenti non basta andare piano… non bisogna rilassarsi troppo, bisogna rimanere costantemente vigili, pronti a tutto; si tratta dello stesso principio di funzionamento del normale vivere quotidiano. Attenzione però: questa attitudine, se esasperata, può manifestarsi con importanti disagi psicologici come ossessioni e paranoie o ansia di controllo (vedi l’articolo dedicato, QUI). Ancora una volta, si tratta di manifestazioni di un atavico bisogno di sopravvivere e non essere feriti.
Strategie di prevenzione
Di seguito alcune strategie fondamentali per gestire l’arousal quando possibile; si tratta di abilità che si sviluppano e affinano moltissimo con la pratica dello Yoga (classico, non deve essere in forma di ginnasticone, dato che abbiamo bisogno di addestrare la capacità di fermarci e ascoltarci) e soprattutto della meditazione e del Pranayama, la respirazione controllata.
- Sviluppare la capacità di riconoscere i segnali fisici, ovvero sentire l’arousal che sale prima che diventi ingestibile (il calore che ascende alla testa, il morso e l’addome che si irrigidiscono, la tensione nelle spalle, gli occhi e le labbra che si serrano, il respiro che si accorcia o si blocca…).
- Abbassare l’intensità delle risposte fisiologiche utilizzando la consapevolezza e il controllo del respiro per comunicare al sistema nervoso che non c’è un pericolo reale.
- Sviluppare la capacità di creare uno spazio, ovvero una finestra di esperienza che ci consenta di osservare ciò che succede invece di reagire immediatamente (o di congelarci, che è una risposta reattiva di livello analogo all’attacco e fuga).
In armonia tra le emozioni
L’armonia interiore non è data dall’assenza di emozioni o dall’irrealistica aspettativa di vivere solo emozioni positive; bensì dalla capacità di non farsi governare dalla loro deriva. Ricordando che siamo esseri umani e, in quanto tali, fallibili. Tale è il primo passo: l’umiltà che porta saggezza. Ricordandoci così di non giudicare e condannare se stessi e il prossimo; tale disposizione ci può realmente aiutare a migliorare il nostro e l’altrui essere al mondo. Ancora una volta si ricorda che comprendere non è sinonimo di giustificare: al contrario, è l’unico modo per poter agire proficuamente ai fini del miglioramento di ciò che ha bisogno di essere migliorato, che si tratti di noi stessi o delle mille cose del mondo. Oltre a ciò, alle volte, comprendere la complessità della realtà e le sue dinamiche è l’unico modo per accettare l’inevitabilità di tutte le situazioni su cui non abbiamo controllo o non possiamo intervenire (dalla malattia che viene a prescindere dal rigore del proprio salutismo alle più varie ingiustizie del globo).
La pace interiore non si raggiunge vincendo una battaglia verbale o reagendo d’impulso, ma prendendo le redini delle nostre tendenze istintuali reattive, per quanto possibile, prima che esse finiscano col guidarci verso pericolosi baratri. Inoltre, accettare la propria fallibilità, alla luce dell’impossibilità di controllare tutti gli aspetti della realtà, non deve essere visto come una forma di indulgenza nei confronti di se stessi, bensì come il modo più efficace per migliorarsi concretamente: riconoscendo i propri errori, le proprie sviste o mancanze al fine di impegnarsi affinché non si ripetano.
Sapendo che per cento volte in cui si cade, cento e una ci si impegnerà a rialzarsi.
Bibliografia utile
- Daniel Goleman, Intelligenza Emotiva (1995).
- Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci (2011).
- Antonio Damasio, L’errore di Cartesio (1994).
- Joseph LeDoux, Il cervello emotivo (1996).
- Robert Sapolsky, Behave. La biologia del comportamento umano al suo meglio e al suo peggio (2017).
- Bessel van der Kolk, Il corpo accusa il colpo (2014).







