Brahmacharya – rivolgere la mente all’Assoluto

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Le origini del Brahmacharya

Brahmacharya-pratisthayam virya-labhah

“Laddove il raffrenamento dell’energia sessuale si è fermamente radicato, si ottiene indomabile vigore”

Brahmacharya significa, letteralmente, “colui che punta/ha la direzione (acharya) verso Brahman”. Il termine è mutuato dall’antica tradizione indiana dell’ashrama-dharma (la parola ashram deriva da shram=”sforzarsi/impegnarsi” e dharma=legge, nel senso di “come funzionano le cose”). Secondo questo antico modello di organizzazione – oggi desueto – la vita delle caste superiori doveva essere scandita da quattro stadi:

  • Brahmacharya: dagli 8 ai 20 anni – il giovane era inviato a vivere e studiare presso un Maestro. Si osservava la castità e tutte le risorse venivano concentrate nello studio e nell’apprendimento di pratiche e liturgie.
  • Garhastya: matrimonio, figli, lavoro. E’ la stagione della sessualità praticata secondo il principio della continenza.
  • Vanaprastha: dopo avere visto nascere i propri nipoti l’uomo si ritira, in solitudine o con la moglie, divenendo un eremita, riprendendo la pratica di Yoga e meditazione appresi nel primo stadio della vita.
  • Sannyasa: completa rinuncia, ci si assorbe in sempre più intense meditazioni, fino alla morte o alla Liberazione.

Brahamacharya e continenza

Nella tradizione dello Yoga Brahmacharya è sinonimo di castità, ovvero rinuncia totale alla sessualità in tutte le sue forme. Questo è l’unico corretto modo di intendere quanto indicato da Patanjali. L’affermazione non è scontata; il tema, in special modo per la nostra cultura ipersessualizzata fino all’ossessione, risulta estremamente “scomodo” da divulgare e far digerire, cosicché anche nei commentari dei grandi maestri della tradizione del novecento è possibile leggere tutto e il contrario di tutto nelle in genere contenute argomentazioni dedicate al discorso.

A questo punto è necessario fare un po’ di ordine. Premettiamo che la sessualità nella vita del serio ricercatore spirituale non è un tabù, in quanto parte della natura umana: va integrata e gestita. Capire cosa farci dipende dalla propria disposizione e, quindi, dal percorso che il sadhaka sceglierà di seguire. Alcuni individui hanno temperamenti più mansueti e “ascetici”, altri sono più inclini alla ricerca del piacere; alcuni individui hanno una “tensione verso l’Assoluto” maggiore di altri, più “terreni”. Ciascuno è fatto a modo suo.

In tutti i casi, l’esperienza della castità può essere un esperimento circoscritto ad un certo periodo di tempo, qualche mese o anno, per vedere cosa succede. Se vuoi conoscere a fondo un sistema: perturbalo.

Per le coppie di praticanti invece, o comunque come prassi ai fini del mantenimento di un buon livello energetico dell’organismo – insieme ad altri vantaggi come l’evitare di “bruciare tutto subito” nelle relazioni di coppia – può essere suggerito l’esercizio di una ragionevole continenza, ovvero l’avere rapporti con periodi di astinenza nel mezzo. Tradizionalmente la continenza non riguarda il Brahamacharya ma lo stadio di Garhastya, ovvero la vita di coppia.

brahmacharya, pentola a pressione

I benefici e le criticità del Brahmacharya

Tradizionalmente il Brahmacharya è elogiato in tutti i modi: di esso si dice che porti vigore, luminosità, carisma, volontà… e c’è del vero di cui si potrebbe articolare a lungo. Tuttavia, il consueto effetto “pentola a pressione” è sempre dietro l’angolo: si vedano i casi dei preti cattolici o dei tanti “guru” spirituali accusati di abuso sessuale. Per contenere la possibilità di esiti nefasti, col voto di castità vengono indicate delle pratiche apposite da seguire con regolarità. La funzione è quella di “sublimare” le energie sessuali al fine di potenziare gli effetti della propria pratica finalizzata al risveglio della Kundalini-Shakti, ma di questi temi parleremo più avanti. Uno degli “effetti paradossali” della castità è che dopo un po’ tutto il proprio sistema diverrà – se non si agisce in qualche maniera – completamente votato all’accoppiamento. Funzioniamo così. Per alcune persone ciò potrebbe voler dire diventare più seduttivi, a livello inconscio; anche i segnali biochimici dell’organismo saranno più intensi (maggior testosterone). Questo potrebbe effettivamente, in una cornice razionale accettabile da chiunque, portare effettivamente l’individuo ad essere più magnetico e sentire di avere più energie a disposizione.

Esattamente come succede agli altri animali in natura.

Una considerazione: ricordiamo il principio fondamentale secondo cui i risultati del proprio porsi nel mondo, del proprio impegno, non si manifestano a partire dall’azione, ma dall’intenzione che ne è alla base… ergo, ai fini di un qualsiasi percorso spirituale, chi pratica la castità fisica e poi ha la mente sempre “lì”, semplicemente non sta praticando Brahmacharya. Si consideri l’affermazione problematizzandola alla luce della contemporanea e già citata ipersessualizzazione della società, dove la seduzione sessuale è ostentata continuamente quasi in ogni contesto dell’esistenza, come ovvio per una società dei consumi dove l’unico obiettivo è catturare l’attenzione delle persone verso questo o quell’oggetto di desiderio… di cui appunto il sesso è il richiamo ancestrale per eccellenza. Lo Yoga non fa eccezione in questo e, sebbene le argomentazioni per giustificarne la sua sessualizzazione estetica ormai siano di tendenza (“sto liberando il mio corpo e quindi la mia mente” piuttosto che “la sessualità è negli occhi di chi guarda”, “la bellezza avvicina a Dio” e via di seguito), il dato di fatto resta: narcisismo e seduzione sessuale sono parole d’ordine entrate anche nello Yoga mainstream. Che si sia in buona fede (abbiamo visto che il raccontarsela è una funzione fondamentale per armonizzare le contraddizioni del proprio mondo interiore, ne abbiamo parlato anche per la nonviolenza, vedi qui nel caso in cui avessi perso l’articolo) o ci si stia proprio arrampicando sugli specchi, il fatto è sotto gli occhi di chiunque voglia semplicemente guardare le cose per quello che sono.

Ad ogni modo, praticare il Brahmacharya come costrizione fisica se non si è adeguatamente preparati è esattamente inutile come andare a meditare in una grotta se non si è pronti: la mente dopo poco andrà agli oggetti dei bisogni e dei desideri, rendendo del tutto inutili le costrizioni del corpo. Oltre a ciò, dicevamo, si rischia di “agire” il proprio desiderio represso attivando modalità seduttive nei confronti del prossimo. Spesso inconsce, semplicemente sono il risultato dell’intero organismo che viene richiamato dal bisogno ancestrale di accoppiarsi per riprodursi e provare piacere sessuale. Come dover resistere al traino di un carro di tori. Sì: non buoi, proprio tori.

Il Brahmachari: rivolgere la mente all’Assoluto

A voler fare una sintesi semplificativa di cos’è il Brahmacharya per lo Yoga, potremmo dire che consiste nel sublimare la propria innata tensione sessuale in devozione verso l’Assoluto a cui ci si vuole ricongiungere. Se manca questa intensità devozionale o intenzionale, tale pratica, in una prospettiva metafisica, è destinata inevitabilmente a fallire. In tal caso, piuttosto, è meglio dedicarsi ad applicare un po’ di ragionevole misura al proponimento: in questo senso la continenza è una classica soluzione alla portata di tutti i praticanti interessati a perseguire la via tradizionale.
Da un punto di vista simbolico aderire al Brahmacharya significa sfidare l’istinto principale in quanto animali: l’istinto alla riproduzione. Geneticamente una delle pulsioni primordiali più intense, più ascritte nelle nostre cellule. Sfidare questo istinto, da un punto di vista simbolico, significa in essenza sfidare la paura della morte.

Lucciole per lanterne col tantra: la consapevolezza è tutto

L’alternativa alle logiche e alle risoluzioni della via classica è l’orientarsi verso un percorso “tantrico” (qui dovremmo parlare della cosiddette “Vie della Mano Destra e Sinistra”, Dakshina e Vama Marga, ma a ciò dedicheremo un approfondimento più avanti) in cui la sessualità vissuta pienamente e intensamente può divenire uno strumento di evoluzione spirituale.
Tuttavia, seguendo questo sentiero, il rischio di prendere lucciole per lanterne è altissimo: nelle tradizioni tantriche che la praticano – ricordiamo che tantra non è affatto sinonimo di pratiche sessuali -, si è iniziati alla sessualità rituale solo dopo avere seguito un lungo percorso di “purificazione” della mente e di indagine delle proprie intenzioni. Si ricorda che il senso della “purificazione” a cui ci si riferisce non ha nulla a che spartire con quello cristiano della nostra cultura: un’azione è pura, qualunque essa sia, fintanto che è scevra da bramosia e attaccamento. Le domande da porsi sono quindi:

Perché mi interessa questo percorso? Cosa credo di trovare e cosa cerco? Forse solo un’occasione per del sesso creativo, promiscuo e di facile accesso?

L’importante è sapere cosa si sta facendo così da non finire in potenzialmente pericolosi circuiti fatti di manipolazione e autoillusione. Poi beninteso: nulla vieta che ci si possa divertire come si vuole. Basta esserne consapevoli e non bere – o peggio vendere – acqua colorata per vino.

Una nota finale: il senso di questo approfondimento non è quello di voler indirizzare verso la castità o la continenza, bensì si vuole provare a fare un po’ di luce su un tema poco chiaro e molto controverso. Starà poi al singolo praticante addentratosi nella Via dello Yoga il decidere se voler o meno provare, nel giusto tempo, con la giusta guida e nella più opportuna misura, queste ed altre soluzioni avanzate di sublimazione e trasmutazione della propria più profonda natura.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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