4 buone attitudini da coltivare per una mente serena

4 attitudini coltivare mente serena

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Coltivare una mente serena

La mente serena, nella disciplina dello Yoga, serve per meditare; a tutti serve però indistintamente per vivere meglio la propria vita. A partire dagli insegnamenti di Patanjali (link qui), introduciamo quindi 4 attitudini che possono aiutarci a rasserenare la nostra mente, se coltivate. Una mente agitata dalle vicissitudini della vita sarà infatti una mente meno focalizzata e più reattiva. Come noto esperienzialmente a chiunque, i periodi di stress portano al dominio delle emozioni e della “reattività” nei confronti degli eventi della vita. Ansia, depressione e rabbia incalzano; invece di ponderare, misurare, fermarsi, raccogliere informazioni ecc si tende al giudizio facile, all’autoreferenzialità (per inciso: come sempre non si vuole colpevolizzare alcunché, dato che si tratta di un “istinto di sopravvivenza” intrapsichico – si descrive, non si giudica) e a farsi guidare dagli “script” interiori, ovvero dalle modalità inconsce con le quali si è soliti rispondere agli eventi della vita, veri e propri copioni che inconsciamente tendiamo a ripetere, soprattutto sotto stress.
Quando questi script ci guidano è difficile osservarsi e osservare la realtà con una parvenza di obiettività; è un po’ come essere in un sogno… le cose accadono senza che la nostra coscienza assopita possa fare granché. Si vive un’emozione intensa e si reagisce come ci si è adattati a fare nella propria vita. In questi frangenti sarebbe invece utile seguire il principio di messa in discussione delle proprie “certezze” del momento: soprattutto se guidano verso comportamenti che, anche solo per una piccolissima probabilità secondo le proprie stime interiori, potrebbero essere causa di un potenziale problema per gli altri. Da qui il riferimento non può che tornare al tema dell’autoreferenzialità: il più grande ostacolo al vivere bene di tutti è proprio l’essere focalizzati solo su sé stessi e sui propri bisogni. Un conto è essere in connessione con sé stessi e i propri bisogni, un altro è dimenticarsi che intorno a noi… esiste un mondo di persone proprio come noi.

Io e basta: il problema dell'autoreferenzialità

“A me questa data cosa non piace, quindi non va bene”.

E se in mezzo ci fossero le esigenze di altre persone?

“Non mi interessa”.

Io Io Io è il mantra.

E’ utile prendere l’abitudine a osservarsi frequentemente, senza giudizio, chiedendosi: “sto ponendomi o agendo autoreferenzialmente?”

Ciò che non vedo non esiste.

“Dove non arriva la mia ragione le cose non esistono o non sono vere” è un’altra affermazione inconscia che può essere basata sull’autoreferenzialità; dato che ragionare sulle implicazioni dei vari fatti in analisi non è sempre facile, talvolta può essere utile in via cautelativa sospendere il giudizio e se serve attenersi alle indicazioni di chi presumibilmente ha più dati di noi su un certo argomento; questo vale dalle cosiddette chiacchiere da bar fino ai più grandi temi sociali. Per un esempio: sarà capitato a tutti di azzardare polemiche in termini “qualunquisti” sui più svariati problemi, per poi magari scoprire in seguito dall’interlocutore o da altre fonti che nel discorso vi erano ben più problemi e implicazioni di quelle supposte usando la propria ragione – che si basa su dati non sempre completi. Purtroppo l’assunzione “ragiono quindi ho ragione” non è sempre corretta; addirittura studi dimostrano che non vi sono nette correlazioni tra i vari costrutti per definire l’intelligenza e l’adozione di comportamenti o credenze pericolose, disfunzionali o irrazionali; un tema noto a chi studia le psicodinamiche sociali, ma questa è un’altra storia.

coltivare le virtù opposte

Coltivare le 4 virtù

In riferimento ai veleni dell’animo umano – ciò che distoglie la mente dalla meditazione e reca inutile sofferenza a sé stessi e agli altri – Patanjali ci presenta 4 attitudini da coltivare nella vita quotidiana, che qui introdurremo per riprenderle in successivi approfondimenti. Il coltivarle porterà beneficio non solo alla propria pratica dello Yoga, ma anche e soprattutto alla propria vita e a quella delle persone di cui ci si circonda.

“E se lo Yoga e la sua filosofia non mi interessassero poi così tanto?”

I principi esposti, coi relativi benefici, valgono a prescindere dal fatto che si segua il percorso dello Yoga o meno.

Una mente (più) serena è nell’interesse di chiunque, no?

Benevolenza: tutti gli esseri umani nel profondo, a prescindere dalle forme talvolta distorte che il proprio agire può prendere, cercano di essere amati e di poter amare. Non in senso “romantico”, bensì nel più vasto senso di costruire dei legami che, nelle più svariate maniere, possano portare esperienze positive nelle proprie esistenze. Mostrare benevolenza (e le virtù collegate come gentilezza, pazienza, attenzione agli altri, capacità di perdonare ecc) è dimostrato scientificamente che porti benessere duraturo per sé e per gli altri (per un esempio vedi il precedente articolo qui dedicato ai benefici delle motivazioni su base altruistica). Essere aggressivi o prevaricatori, maleducati, pretenziosi, nervosi… fa vivere male sé stessi e gli altri. E di riflesso ancora sé stessi.

“Eh ma io sono così e chi nasce tondo non muore quadrato!”

Questo è un esempio di poco utile “affermazione disfunzionale” che blocca dall’iniziare a fare quella piccola, grande cosa necessaria per avviare il cambiamento: iniziare a cambiare. E non è mai troppo tardi: osservarsi, contenersi, applicare risposte comportamentali differenti dalle solite… tutto è concatenato con le abilità che si sviluppano lungo il percorso dello Yoga. Il percorso della consapevolezza. Un passo alla volta… e un pizzico di pazienza.

Compassione: coltivare la capacità di empatizzare con il prossimo. In luogo di giudicare provare a comprendere, ricordando che comprendere non è sinonimo di giustificare, bensì è la base per attivare ad esempio una strategia di interazione più efficace o utile ai fini della gestione dell’eventuale problema relazionale. Tuttavia la cosiddetta compassione definisce qualcosa di più profondo, ovvero la capacità di vivere la sofferenza dell’Altro, empaticamente. Tutti noi esseri umani abbiamo in comune l’esperienza della sofferenza (duhkha). Imparare ad ascoltare, ad essere vicini, ad attivare comportamenti di aiuto e, quando serve, tolleranza. E’ inoltre la chiave per relazionarsi anche con la più difficile delle persone. La compassione si coltiva a partire dalla sensibilità interiore e da una sana connessione con se stessi, abilità che maturano spontaneamente con la pratica dello Yoga. Aprirsi alla compassione offre la possibilità lasciare andare i rimuginii negativi per sé stessi e la tendenza alla recriminazione, veri e propri veleni che non portano a nulla se non a peggiorare la qualità della propria esistenza.

Letizia per le fortune altrui e distacco dai “vizi” del prossimo: queste due disposizioni vengono riferite come antidoto alla piuttosto comune tendenza a provare invidia o insofferenza per la felicità altrui e avversione o sopita ammirazione (sì, entrambi i poli) per i cattivi comportamenti degli altri, visti o come espressione di una qualche forma di “malvagità” altrui (link qui per un approfondimento sul tema delle proprie “ombre” e delle relative proiezioni negli altri) o come sorta di “coraggiosa manifestazione” degli impulsi più bassi che in varia misura tutti noi abbiamo. Al contrario, Patanjali invita coltivare la felicità per le fortune degli altri e il distacco non giudicante per i “vizi” del prossimo; come già discusso in passato, tuttavia, ciò non significa non prendere posizione – o non agire quando serve – bensì l’invito è a evitare di complicarsi la vita laddove possibile, attivando o nutrendo conflitti o acredini non necessari. Va da sé che molte possono essere le variabili da gestire, a partire dal contesto in cui si vive fino alle persone di cui ci si circonda. In sostanza, ancora una volta, l’indicazione è quella di direzionare la propria mente verso la positività. Le tendenze umane possono e devono essere superate se si vuole vivere meglio. Solo in questa maniera, conclude Patanjali, “la mente diverrà pura e pacifica”.

Infine, è utile ricordare una volta di più: se il nostro porci nel mondo è virtuoso nel senso fin qui inteso, il nostro piccolo intorno ne beneficerà e con esso l’intorno di almeno una parte delle persone che ci circondano. Il mondo, coi suoi grandi numeri e la sua complessità, per ora forse non cambierà: ma diverse singole esistenze – tra cui la nostra – avranno un’esperienza di vita migliore.

E chissà che un battito d’ali di farfalla qui non generi un uragano da qualche altra parte nel mondo.

Un sorriso potrebbe cambiare la giornata in meglio al nostro prossimo. Così come un cattivo sguardo o una cattiva parola potrebbero avere l’effetto opposto: e chissà dove entrambe le direzioni potrebbero portare. Scegliere il sorriso in luogo delle altre due è una delle forme di Yoga più alte che, nel nostro piccolo quotidiano, possiamo praticare. Tale è l’inizio del cammino verso una mente più serena.

Quindi buona pratica, col cuore aperto.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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