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Dal caos esteriore alla pace interiore: è possibile?

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Una condivisione

Apro questo 2026, dopo un periodo di assenza per cause familiari e circostanziali varie, con una condivisione che introduce una serie di articoli scaturiti dalle riflessioni di queste ultime settimane. Riflessioni i cui spunti spero possano tornare utili anche a voi, per gestire il più lucidamente possibile le insidie dell’epoca, anche culturale, che pare proprio si stia dispiegando dinnanzi a noi.

Insegnamenti da un Maestro

Siamo nel 1993 quando Paramahansa Satyananda Saraswati, col supporto di Swami Satyasangananda Saraswati, fondò un’associazione caritatevole a Rikhia per sostenere gli abitanti del Bihar e del Jharkhanda, due delle regioni più povere dell’India. Tale centro, poi divenuto vero e proprio ashram, era ed è piuttosto celebre anche per una caratteristica: è localizzato nei pressi di un crocevia dove passano quasi continuamente rumorosi cortei funebri. Insomma, si tratta di un posto assai “sfidante” per la pratica della meditazione e dello Yoga. Così capitava non di rado che qualche sannyasin o praticante di passaggio interrogasse il Maestro a proposito del “problema caos”. La sua risposta era inevitabilmente questa, qui liberamente parafrasata: “se non riesci a meditare qui a cosa pensi possa servirti meditare nella tua vita?” o, con un’altra possibile formulazione: “quando inizierai a meditare veramente vedrai che il caos ti sarà indifferente”.

Una premessa: se ci credo, lo applico

Una premessa personale: da quando seguo il percorso dello Yoga, sono sempre stato attento a cercare di disinnescare il più possibile i conflitti. In passato – lo racconto per contestualizzare la condivisione della disavventura che seguirà, per chi non mi conoscesse di persona – ho agito sedando situazioni anche pesanti, tra cui una potenziale aggressione in metrò ai danni della compagna di un mio amico, conclusasi a racconti empatici sulla guerra da cui un gruppo di ragazzi alticci era da poco fuggito. Idem per i classici conflitti frequenti in strada. Insomma, ho sempre cercato di applicare il più possibile gli insegnamenti del mio percorso umano e spirituale; fino ad ora mi è andata abbastanza bene. Ciò non solo per “principio”, ma proprio perché ho appreso e interiorizzato profondamente il valore della pace e dell’armonia, che cerco nei limiti del possibile di portare in tutti gli ambiti della mia vita. Non affermo che sia facile, ma l’impegno è costante – a questo tema sarà dedicata la prima parte del percorso della Comunità di Yogaperlamente, se vuoi entrare a farne parte o vuoi capire di che si tratta, clicca QUI.

Milano 2025, cronaca di una domenica infausta

Fatta la premessa, passiamo quindi al resoconto di una mia recente domenica infausta: decido di andare a fare un giro alla Fiera dell’Artigianato. Non seguendo neppure alla lontana il calcio non sapevo che proprio quel pomeriggio avrebbe giocato la locale squadra della città. Arrivando in metrò, dopo qualche fermata, inizia il caos, quello vero. Masse umane caricate a molla che si muovono come un drago inferocito, un corpo unico bicolore guidato da pulsioni primordiali, un classico esempio di “psicologia delle folle” come descritto da G. Le Bon (qualora non lo conosceste vi invito a scoprirne l’opera. Spoiler: non è mai uscito di moda. Lo trovate qui.).

Devo scendere, mancano poche fermate e la calca è assoluta. Le porte si aprono e vedo ad attendermi sulla banchina una massa umana compressa di tifosi completamente in estasi da eccitazione condivisa; le emozioni nelle masse si amplificano a dismisura. Chiedo cortesemente e pazientemente spazio per uscire. Fino alle porte diverse persone si spostano, vi striscio letteralmente attraverso, ringrazio, scambio battute, sembra ce la stia facendo… fin quando mi trovo davanti la massa umana di cui sopra che, con sguardi cattivi e urla eccitate, non ha non solo alcuna intenzione di far scendere chi doveva scendere, ma pretende pure di entrare di forza, seguendo un istinto d’azione completamente irrazionale e senza senso: non ci sarebbero mai stati. Al massimo avrebbe avuto senso far scendere chi doveva scendere, così da guadagnare qualche posto – che comunque non sarebbe bastato neppure alla prima fila del loro drago furioso. Io continuavo a chiedere scusa e permesso, con tono paziente, cercando di avanzare. La mia compagna dispersa da qualche parte nell’ammucchiata generale.

Ad un certo punto vedo lo sguardo feroce di questo individuo di fronte a me, che mi si para di petto con occhi sbarrati, spingendo, urlando. E in quel preciso istante vent’anni di Yoga si sono dissolti nel nulla. E’ emerso l’istinto di sopravvivenza, si è attivata la modalità attacco-fuga. E dato che non si poteva fuggire… sono scattato. Urlando, come credo mai fatto in vita mia e spingendo la massa con la “forza del pazzo” mi sono fatto strada attraverso quel muro umano febbricitante, avvolto da un delirio caotico veramente senza senso.

Nessuno ha reagito – o non me ne sono accorto – e non ne è scaturita una rissa per pura fortuna, penso di poter dire. Io non sono grosso, con ogni probabilità sarei stato ridotto ad una polpetta (!), ma evidentemente l’esplosione di aggressività deve aver intimorito gli astanti. Ho un passato piuttosto belligerante alle spalle. Dopo essermi allontanato ho iniziato a tremare per l’adrenalina e sentire una profonda rabbia e tanto, tantissimo, sconforto. Rabbia e sconforto per la situazione decadente in cui mi ero involontariamente andato a cacciare – l’inevitabilità del mondo che si fa gioco delle nostre intenzioni, dei nostri valori, delle nostre speranze. La situazione è piuttosto banale, lo so bene; tuttavia mi ha offerto qualche spunto di riflessione, soprattutto riferendola (in chiave associativa, non certo causale!) a questi tempi infausti in cui pare proprio che la cultura della violenza e della prevaricazione stiano tornando di moda… anzi no: non sono mai passate di moda, semplicemente ora iniziano ad essere sdoganate formalmente in barba alle acquisizioni della nostra pluripremiata civiltà.

Alcune situazioni vanno evitate

In seguito ho riflettuto molto sulla domanda se avessi potuto o meno fare qualcosa di diverso. La risposta è stata no. O meglio: al massimo avrei dovuto arrendermi alla massa, farmi schiacciare e sperare di poter scendere trascinato dalla folla alla fine della corsa. Improponibile. Insomma, mi sarei dovuto immolare alla violenza del mondo che in quell’istante aveva preso quella forma. Una scelta per la quale il mio piccolo sé incarnato evidentemente non era pronto. Forse perché non me l’aspettavo proprio, forse perché quella massa di persone aggressive ha in me evocato memorie del passato.

Talune situazioni, se vogliamo curare il nostro percorso Umano, andrebbero semplicemente evitate, laddove possibile.

Nei seri percorsi spirituali si viene costantemente messi in guardia da un dato di fatto: l’oscurità della densità, la pulsionalità, i chakra inferiori – chiamate il concetto come preferite – esercitano un costante richiamo sulla nostra Coscienza. Elevarsi al di sopra degli istinti animali primordiali è uno sforzo, richiede impegno costante, vigilanza.

Lo Yoga è contronatura

Un mio caro maestro soleva dire, apparentemente in maniera provocatoria: “lo Yoga è contronatura”. Lo ripeto spesso ai miei allievi. Il corpo non è fatto per stare a testa in giù, il respiro per essere segmentato e parzializzato, così come noi non ci siamo evoluti adattandoci a sorridere e perdonare chi ci fa un torto o usa violenza contro di noi o i nostri cari. Tutto nelle nostre esistenze è un richiamo potenziale verso la pulsionalità primordiale, verso una vera e propria regressione finalizzata alla sopravvivenza. Lo sanno i pubblicitari e i politici, chi gestisce le logiche degli algoritmi dei social… si fa leva sui nostri istinti più profondi. Questa tensione è problematica per i singoli individui così come per l’intera collettività e civiltà umana, come ci ricorda Paul Valéry nell’apertura della sua opera del 1919, post prima guerra mondiale, “La crisi dello spirito”:

“Noi civiltà sappiamo ora di essere mortali”

O ancora Sigmund Freud nel suo “Il disagio della civiltà” (1929), dove suggerisce che la civiltà sia un sottile strato sopra pulsioni umane distruttive; che la società deve costantemente impegnarsi per contenere queste pulsioni attraverso la condivisione della buona cultura e l’emanazione di buone leggi. E ci ricorda di come questo sforzo sia comunque faticoso e precario: il rischio di un ritorno al dominio delle pulsioni primordiali è sempre presente. Nei percorsi spirituali – quelli seri – vale esattamente lo stesso discorso. Personalmente, alla luce di tutto ciò, non mi stupisco più (attenzione: comprendere non è giustificare) quando sento storie di alte guide spirituali “cadute in basso” con comportamenti discutibili, magari dopo una vita di insegnamenti di indiscusso valore e azione impeccabile. Già nella dottrina classica dello Yoga è detto che solo dai livelli più alti di samadhi – l’enstasi mistica, l’esperienza diretta di Connessione col Tutto – non si può più “cadere”. Al di sotto bisogna continuare ad impegnarsi, ogni giorno. Tanto più se non si vive ritirati in contesti ideali come un idilliaco ashram o in qualche tranquillo paese di montagna. Sottolineo il ritirati, in quanto già il fatto di essere parte di una comunità espone il nostro animo a problemi e attriti: fa parte della natura umana, della vita. Potremmo anche aggiungere, valicando i confini dello spunto proposto: fa parte del karma da liberare. Inconoscibile, ineludibile. Pochi santi a parte, e tutti da verificare.

Nota per chi segue percorsi classici nello Yoga, dall’Advaita in giù: è la Pura Coscienza, l’Anima, l’Atman, il Vero Sé che anela all’Assoluto, al Divino, all’Uno… non la nostra mente e il nostro corpo. Questi vanno curati, addestrati, orientati costantemente. Pena il rischio, nella migliore delle ipotesi, di ipocrisia, consapevole o meno che sia. E nel momento in cui si crede di essere arrivati da qualche parte… quello è il momento in cui si inizia a cadere.

E se si cade?

Semplice ma non necessariamente facile: ci si rialza. Si fa tesoro dell’esperienza e ci si impegna a restare vigili. Lo stesso nel nostro piccolo quotidiano, con le sue immancabili storie di problemi, incomprensioni e conflitti che talvolta portano acredine, frustrazione, tristezza… è lo stesso. Non si sta “sbagliando tutto” o altro, semplicemente: si vive. Ma come già scritto in passato, che non si faccia l’errore logico di dire “l’essere umano è da sempre che si fa la guerra e prevarica ecc, quindi non diciamo sciocchezze a base di pace, comprensione e amore!”. Immaginiamo se l’avessero pensato le prime ancestrali comunità umane di fronte i primi problemi, poco dopo aver decretato che – forse – ci si guadagnava tutti se si faceva a meno di prendersi a clavate in testa ogniqualvolta si aveva un problema con qualcuno. Sì, i problemi per gli esseri umani sono lungi dall’essere risolti, ma sicuramente qualche passo avanti l’abbiamo fatto; altrimenti invece di essere qui ora davanti i nostri schermi saremmo a cacciare o combattere per difenderci. Tutti i giorni sporchi di sangue, tutti. Per fortuna non è così, no?

L’evoluzione della civiltà ha bisogno assoluto di menti e cuori che siano in grado di vedere oltre le pulsioni di base, di guardare al bene e all’interesse comune, di tutti. Poi ci sarà probabilmente sempre chi “cadrà” nel senso simbolico fin qui descritto, perché fa parte della natura della vita. Come individui e come collettività. Ma questo non ci esime dall’impegnarci, ogni giorno, per cercare di costruire un mondo migliore, per noi stessi e, ancor più, per chi verrà. Nella consapevolezza dei nostri limiti, certo, ma con impegno costante e senza arrenderci. Mantenendo il cuore aperto e la genuina volontà di servire la pace e la serenità, l’incontro e la condivisione.

Non facciamoci avvelenare dal mondo intorno a noi: questo sarà un messaggio costante per tutto il 2026.

Nei prossimi articoli approfondiremo alcuni degli spunti presentati in questo autoracconto per provare a dare qualche risposta alla domanda iniziale.

Buone riflessioni e, soprattutto, buona pratica.

Author
Immagine di Angelo Bertuccio
Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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