Una premessa agli stili comunicativi:
Una premessa doverosa prima di iniziare a parlare di stili comunicativi: quando cerchiamo di descrivere la natura e i modi di comportarci di noi esseri umani un pericolo è sempre in agguato: il rischio di creare categorie. Ogni volta che creiamo una categoria descrittiva, infatti, il rischio è che si manifestino nelle nostre mente alcuni perniciosi comunissimi fenomeni psicologici, quali l’assimilazione e il contrasto, per fare degli esempi utili in qualsiasi contesto. In sostanza, semplificando al massimo grado, il fatto di essere ad esempio caratterizzati da certi modi comportamentali (o caratteristiche fisiche per quel che vale) ci può portare ad essere etichettati – o auto etichettarci – in quella certa categoria. Questo avverrà a prescindere dal fatto che in realtà i nostri modi non aderiscano perfettamente alla categoria in questione: le somiglianze verranno enfatizzate dalla nostra mente, mentre le differenze saranno filtrate, dimenticate, rimosse. Nel “bene” e nel “male”. Questo fenomeno potrebbe inoltre rinforzare i modi tipici della categoria nella quale siamo stati o ci siamo inseriti.
La storia della bambina “poco capace”
Pratolina ha qualche difficoltà di tipo emozionale e relazionale, timida, poco attenta (perché focalizzata sulle minacce ambientali percepite), risultati non buoni a scuola. Viene così etichettata come “poco capace”, trattata come tale dai suoi purtroppo poco formati insegnanti (e di riflesso dai compagni) e inserita in percorsi per bambini “diversamente capaci”; nel giusto tempo la bambina si sentirà sempre più “poco capace”, la sua autostima sarà sempre più bassa e, con buone probabilità, la sua prestazione sarà sempre più quella di una persona “poco capace”. Questa etichetta sarà inoltre incisa sempre più in profondità nel suo animo, con tutti i problemi anche interiori che ciò implicherà.
Un discorso analogo può essere fatto con qualsiasi “etichetta”, comprese quelle problematiche ma con apparente valenza positiva, come quelle relative all’aggressività, all’apparenza ecc.
A cosa ci servono quindi le categorie?
Le categorie servono per conoscere e descrivere, per rendere accessibile alla nostra mente gli “oggetti” della realtà, poter effettuare previsione e, in definitiva, aiutare ad orientarci nel mondo. In questo senso anche il discorso sugli stili comunicativi può tornarci molto utile. Un’altra funzione in tal senso, già nota a chi segue il percorso proposto, è quella di conoscere sé stessi: le descrizioni fornite potranno quindi tornarci utili per osservare i vari tratti in noi stessi e, di conseguenza, poterci osservare con un po’ più di lucidità e sano spirito autocritico – non nel senso di giudicarci, ma nel senso di comprenderci al fine di contenere, ed eventualmente modificare, i modi di porci più problematici… per gli altri e per se stessi.
Se è abbastanza facile osservare la pagliuzza negli occhi del prossimo, ben più difficile è rilevare la trave nel proprio.
I tre stili comunicativi principali
In quest’articolo introduttivo presenterò in maniera piuttosto schematica le descrizioni dei vari stili comunicativi, rimandando a più ampi e completi approfondimenti che saranno tenuti lungo il percorso delle lezioni online dei membri della Comunità. Se ti interessano queste tematiche ti invito quindi a sostenere la Comunità di Yoga per la Mente.
Di base possiamo descrivere tre stili comunicativi nelle relazioni che si dispiegano lungo una immaginaria linea continua: ad un polo abbiamo lo stile Passivo, al polo opposto quello Aggressivo, in mezzo quello Assertivo. Questi stili si dispiegano in base alle strategie adottate dagli individui per raggiungere i propri obiettivi/bisogni, consci o inconsci che siano. Tali strategie possono essere definite in base alla relazione che abbiamo con noi stessi (ovvero dal nostro livello di autostima, semplificando al massimo), a come ci poniamo relativamente all’espressione dei nostri obiettivi/bisogni e alla considerazione che abbiamo dell’interlocutore. Va da sé come tutti questi fattori siano collegati gli uni con gli altri. Iniziamo ad esplorarli.
Lo stile di comunicazione Passivo
Tratti psico-cognitivi:
- Non esprime se stesso e i propri obiettivi/bisogni, quelli altrui sono sempre più “importanti” in quanto – è stato appreso – solo così si riuscirà a mantenere la pace e a non soffrire per i “no” che sicuramente si riceverebbero ad esprimere se stessi.
- La comunicazione è quindi tutta orientata ad appagare il prossimo, all’ascolto.
- Si accumula rancore che però si manifesta di frequente come tristezza e stati interiori tendenti al depressivo (rabbia autodiretta).
- Non si tollera il conflitto.
- In riferimento alla modalità reattiva di attacco-fuga di fronte a ciò che viene percepito come pericolo si sceglie la fuga, una fuga qui riferita al ritiro di sé.
- L’autostima è tendenzialmente bassa, ma il profilo (come vedremo parlando delle relative ombre in un prossimo articolo) può facilmente nascondere un ego ipertrofico da proteggere a tutti i costi.
Tratti fisici-comportamentali:
- Postura tendenzialmente chiusa del corpo (spalle chiuse, capo chino).
- Sguardo indiretto o eccessivamente sfuggente, sorrisi forzati.
- Voce incerta bassa con molte “trappole d’aria” (mmh, ehhh), balbettii, ma anche improvvise accelerazioni come per “non lasciarsi sfuggire” gli occasionali momenti di espressione di sé o i tentativi di correggersi per evitare di soffrire, ad esempio, un rifiuto (“no no no, non intendevo certo chiederti di uscire!! Tutto di fretta, con tono acuto e ansioso).
Lo stile di comunicazione Aggressivo
Tratti psico-cognitivi:
- Esprime se stesso in maniera dominante e aggressiva verso il prossimo. I propri obiettivi/bisogni o prospettive sono tutto, sono l’unica cosa che conta.
- La violazione dei diritti o della sensibilità altrui è irrilevante: giudica, svaluta direttamente (a differenza dello stile secondario aggressivo-passivo che, come vedremo dopo, svaluta in maniera indiretta attraverso confronti e riferimenti per sminuire il prossimo), interrompe, urla, incalza, corregge anche senza necessità al fine di far sentire inferiore il proprio interlocutore e mostrarsi superiore agli eventuali testimoni.
- La comunicazione è tutta orientata a dimostrare la propria superiorità. Non ascolta né considera l’interlocutore.
- Cerca il conflitto, in maniera conscia e inconscia.
- In riferimento alla modalità reattiva di attacco-fuga di fronte a ciò che viene percepito come pericolo si sceglie l’attacco, spesso preventivo.
- L’autostima è solo apparentemente alta, ma la l’ombra nascosta è la stessa di quello passivo: un “bambino ferito” che ha appreso ad attaccare per sopravvivere. Nel profondo si sente insicuro e costantemente minacciato.
Tratti fisici-comportamentali:
- Postura tendenzialmente aperta, protesa in avanti, frontale, rigida, pronta all’aggressione.
- Sguardo fisso aggressivo, frontale, cercato, sfidante.
- Voce alta, parlata rapida, incalzata, non vuole lasciare spazio, ha bisogno di imporsi.
Lo stile di comunicazione Assertivo
Tratti psico-cognitivi:
- Esprime i propri obiettivi/bisogni e ascolta quelli del prossimo (come vedremo, rispondere un laconico “no” non è assertività!).
- Accoglie, cerca la mediazione, il dialogo costruttivo, sa negoziare.
- Incoraggia, supporta, si sforza di capire la prospettiva dell’Altro, che rispetta.
- La considerazione e il rispetto del prossimo non sono basati sul successo ottenuto, l’aspetto, il modo di fare, il gradimento altrui, il ruolo o altro, ma sul fatto di essere entrambi esseri umani. Accetta la diversità.
- In riferimento alla modalità reattiva di attacco-fuga: evita di reagire, quindi di fuggire o attaccare. Cerca il dialogo, la mediazione basata sull’attento ascolto dei bisogni dell’altro, oltre che dei propri.
- L’autostima è buona, non si sente il bisogno di fuggire o attaccare o, quantomeno, si è consapevoli dei propri istinti e li si modula, controllandoli. Si agisce in luogo di reagire riconoscendo le proprie ombre.
Tratti fisici-comportamentali:
- La postura è aperta ma non aggressiva, rilassata.
- Lo sguardo è attento, diretto con misura e non aggressivo.
- Il tono di voce e la cadenza sono equilibrati: si è fermi o si lascia parlare in base alle circostanze. Si sorride genuinamente e si accoglie o si mostra fermezza alla bisogna anche con la comunicazione non verbale.
Cosa determina un certo stile comunicativo nelle relazioni?
“Geppio è così perché è così, chi nasce tondo d’altra parte non muore quadrato”. Questo tipo di (non) descrizione non ci interessa e, soprattutto, non ci aiuta a comprendere il nostro prossimo – oltre che noi stessi – e, di conseguenza, non ci aiuta ad intervenire per migliorare le nostre relazioni… compresa quella con noi stessi. Tre sono le radici degli stili con i quali ci poniamo in relazione e sono tutte interdipendenti. Vediamole:
- La disposizione temperamentale: le basi genetiche, le modalità con le quali si sono adattati i nostri avi si manifestano in vere e proprie “tendenze” con radici nel nostro sistema biologico. Siamo persone facilmente irascibili? Con ogni probabilità abbiamo una disposizione nel nostro sistema biologico (cascate di neurotrasmettitori, densità di recettori ecc di complessi parametri neurobiologici e non solo) che ci porterà ad essere molto reattivi di fronte ad esempio all’esperienza di una minaccia, vera o presunta che sia. Si tratta di basi, non di inevitabile destino; gli studi della moderna epigenetica dimostrano infatti che certe disposizioni possono o meno trovare espressione in base al proprio percorso di vita, abitudini ecc.
- Il modo in cui siamo cresciuti: gli stili relazionali a cui siamo stati esposti fin da piccolissimi. Padre aggressivo e madre passiva? Ecco che uno di questi due pattern potrebbe diventare il nostro. Oppure si è sviluppato un certo modello interiore come risposta a certe esperienze di vita che hanno fatto sì che il nostro stile relazionale tipo – attraverso un percorso a tentativi ed errori – sia divenuto uno piuttosto che un altro.
- Il contesto, ovvero le condizioni in cui siamo o le circostanze in cui manifestiamo noi stessi: si è particolarmente stressati? E’ facile che si divenga più aggressivi. Si è depressi? Si potrebbe divenire più passivi. E così via. Altri esempi: l’individuo violento che picchia la propria compagna potrebbe apparire ad un primo contatto formale come una persona gentile ed assertiva. L’apparentemente gentilissima e accogliente santona spirituale in realtà è una manipolatrice permalosissima. Il contesto e l’attenta osservazione non giudicante sono quindi essenziali per non sbagliare clamorosamente nelle proprie valutazioni. Ciò vale anche per se stessi.
Un esercizio utile per iniziare: osservarsi con curiosità e senza giudizio
Osservare se stessi è un utilissimo esercizio per iniziare ad esplorare e riconoscere gli stili comunicativi: si osservi come ci si pone e le reazioni che si manifestano nel prossimo… ma senza giudicare il prossimo, né se stessi. Piuttosto interrogandosi su come ci si è posti, ora che si hanno delle chiavi di lettura di base. Le valutazioni sullo stile del prossimo seguiranno. Sempre come esercizio, come “gioco” di riconoscimento.
Nei prossimi articoli esploreremo gli stili secondari (Manipolativo e Aggressivo-Passivo) e come gestire gli incontri con le – chiamiamole così! – varianti più sfidanti del nostro prossimo… o di noi stessi.
Vi ricordo infine che da questo mese inizieremo ad approfondire proprio queste tematiche negli incontri settimanali dedicati alla Comunità: andremo oltre le conoscenze di base qui o altrove condivise per esplorare i temi più profondi del nostro essere umani, per iniziare a purificare le nostre menti e apprendere a vivere più leggeri e in armonia con noi stessi e col prossimo, quantomeno laddove possibile!








