Il controllo: da funzione primaria a… potenziale problema

yoga e controllo

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Controllo, ergo sum

Dopo avere articolato a proposito della disciplina (qui), sembra doveroso un richiamo ad un tema limitrofo e potenzialmente problematico: la tensione verso il controllo. Scopriamone alcune delle principali forme e come esse si manifestino nelle nostre vite.

Cosa hanno in comune queste immagini?

  • Una persona fiera, forte, ferma, silenziosa, con lo sguardo vigile. Non si fa perturbare da nulla.
  • Una persona ansiosa di mandare l’ultimo – ma proprio l’ultimo – messaggio per chiudere la relazione.
  • Una persona che brama di sapere chi è il nuovo partner della propria ex.
  • Una persona che sistema ossessivamente gli oggetti sulla scrivania collocandoli proprio lì dove devono essere.
  • Una persona scende dal letto stando ben attenta a mettere il “piede giusto” per primo a terra così che la giornata inizi bene.
  • Una persona sa che mangiare le patate vuol dire esporsi ad un “veleno letale”.
  • Una persona sa che quella certa alimentazione la farà vivere in perfetta salute (o che la sua perfetta salute è dovuta proprio a quella certa alimentazione).
  • Una persona “sa” che Tizio è morto di ictus perché mangiava carne.
  • Una persona cammina sentendo l’impulso a mettere i piedi solo all’interno delle piastrelle del marciapiede (sì, può accadere anche come sintomo del Parkinson e nel disturbo ossessivo-compulsivo, ma qui ci riferiamo a quella certa “tensione” non patologica che può essere sperimentata da chiunque di tanto in tanto, magari quando si è sovrappensiero).
  • Una persona pratica Yoga con grande tensione interiore, alla ricerca della perfezione del gesto e al non far trasparire i propri moti interiori (spoiler: alla fine sarà più stressata di quando ha iniziato).
  • Un gruppo di persone in cui le donne possono uscire di casa solo se accompagnate da un uomo.

Proprio così: sono tutte espressioni dell’atavico bisogno di controllo. In forme più o meno raffinate e articolabili. Nota per gli addetti ai lavori: ci tengo a sottolineare che nella presente discussione l’espressione usata non sarà da ascrivere a particolari categorie intrapsichiche o cognitive (se non in qualche caso, dove esplicitato); si invita piuttosto a cogliere il senso profondo di quanto argomentato.

Controllo di cosa?

Il controllo è anzitutto un bisogno primario della nostra mente animale. La prima risposta, perciò, non può che essere vasta: controllo di tutto. Di tutta la Realtà che viviamo. Per comprendere la portata di questa affermazione dobbiamo pensare alla tensione della vita verso il mantenimento di sé stessa; l’organismo ha bisogno “di sapere” (ad un livello primordiale è semplice automatismo da retaggio genetico) dove si trova, dove andare per recuperare cibo ed eventuali risorse, gestire le minacce, trovare ristoro e una soluzione per riprodursi.

Hai forse notato che si tratta di temi che interessano ancora oggi tutti noi? Ecco.

Controllare l’ambiente, qui in senso letterale, è perciò fondamentale alla vita. La mente umana, evolutasi dopo, ha naturalmente amplificato, analogizzato ed esteso questa funzione basilare: in ultimo, avere tutto sotto controllo è quindi un modo per allontanare la summa perdita, la morte – ed esorcizzarne la paura, nel caso della mente umana nelle sue manifestazioni apparentemente più “irrazionali”. Si rimanda all’approfondimento sui Klesha (vedi qui). Ora, in alcune delle immagini presentate sopra c’è della verità, sebbene decisamente non nei termini assoluti con cui spesso queste idee sono scolpite nella mente di molte persone (vedi l’articolo sull’interpretazione delle affermazioni nello Yoga, qui). Inoltre, il concetto di controllo si muove in parallelo a quello di potere: controllo e potere sono spesso vissuti come equivalenti nella nostra mente, a livello conscio o inconscio che sia. “Controllo” è uguale ad “avere potere su”. Tuttavia a noi ora interessa il senso psicologico del bisogno di controllo nelle nostre vite e, soprattutto, le sue implicazioni.

Luci e ombre del bisogno di controllo: il Locus Of Control

In psicologia viene usato un costrutto interessante su cui credo potrebbe essere utile soffermarsi: il Locus Of Control (abbr. LOC), elaborato in origine da J.B. Rotter nel 1966 e sviluppato ed evoluto in seguito da diversi altri non meno importanti autori. Ora, senza volerci addentrare eccessivamente nelle complessità definitorie e articolatorie del costrutto, ci basti sapere perché ci può aiutare a comprendere il funzionamento della nostra mente e il modo in cui ci poniamo nel mondo. Inizialmente sono stati descritti due tipi di LOC: interno ed esterno. Nel LOC interno la persona si sente pienamente responsabile degli accadimenti della sua vita. Questo senso di padronanza è statisticamente associato a impegno, senso di responsabilità e in generale ad una maggiore capacità di affrontare le sfide della vita. Nel LOC esterno la persona, al contrario, non si sente responsabile degli accadimenti della propria esistenza, “raccontandosi” piuttosto come vittima delle circostanze o dell’azione di altre persone. In questo secondo caso, quando le cose vanno bene si vive più leggeri, quando vanno male si tende al vittimismo inattivo. L’estremizzazione del LOC interno, va da sé, può tuttavia essere associata a marcate esperienze di senso di colpa (il quale può impattare sull’autostima), mentre l’eccesso di LOC esterno è associato a deresponsabilizzazione e un maggior rischio di disturbi depressivi, anche cronici. In seguito il modello è stato integrato dal tipo Bi-LOCI, ovvero quello proprio di chi è in grado di collocare la causalità degli eventi della propria vita sia internamente sia esternamente, in base alle circostanze. Questa modalità di collocazione del LOC è associata a minori livelli di stress, a maggiore resilienza ovvero, in senso psicologico, la capacità di recuperare dai traumi (leggasi: rimettersi in piedi dopo i colpi della vita) insieme a maggiore capacità di gestire la responsabilità e lo stress per raggiungere i propri obiettivi. Queste modalità di rapportarsi ai fatti della vita sono il risultato di vari fattori, i cui principali sono la cultura di appartenenza, lo stile genitoriale (“l’imprinting” avuto dai propri genitori) e le esperienze della propria vita, ovvero come elaboriamo tali esperienze con la mente. Ed è proprio qui che entra in gioco il nostro percorso, ancora una volta interessato a perseguire l’equilibrio e la misura. Il primo passo resta tuttavia la consapevolezza.

E tu sei consapevole del tuo Locus Of Control? Prova a ragionare su come descrivi gli eventi della tua vita, quelli passati, quelli presenti e quelli futuri. E prova a mettere in discussione le eventuali “certezze” fin qui avute… quelle stesse certezze che possono aver causato ansia, sensi di colpa o senso di impotenza nel gestire le vicissitudini della tua vita. Potrebbe essere un punto da cui (ri-)partire.

Soddisfare il bisogno di controllo: semplificare e generalizzare

Abbiamo perciò compreso come il controllo sia un vero e proprio bisogno psichico; bene, la nostra mente è attrezzatissima in tal senso, si è infatti evoluta – sarebbe meglio dire “adattata” – seguendo il principio della massima economia, al fine di favorire l’acquisizione rapida di soluzioni a problemi spesso complessi. “Prima concludo il processo decisionale meglio è” è uno dei motti primari del nostro sistema cognitivo. La nostra mente ha bisogno di sicurezza, certezze, per orientarsi. Si pensi al sacrificio, di cui parleremo prossimamente: faccio questo e ottengo salute e lunga vita, faccio – o non faccio – quest’altro e mi ammalo (semplificazione). Esercito una forma di controllo. Ho potere sulla possibilità di avere o meno una lunga e sana vita.

Il nostro antenato sa che un predatore ha un certo tipo di aspetto. Nella savana tra i cespugli due individui reagiscono in maniere differenti a quello che sembra essere un volto animale con le caratteristiche da predatore. Uno scappa subito (generalizzazione), l’altro si ferma a ponderare se effettivamente sia un predatore o magari un gioco di luci… chi, tra questi due, avrà più possibilità di sopravvivere sul lungo periodo? La risposta viene da sé. I tempi però sono cambiati e un adattamento di questo tipo non sempre oggi risulta funzionale. Si pensi ai pregiudizi e a tutte le deleterie manifestazioni che questi possono prendere nella nostra società; altro non sono che forme antiche di protezione (controllo del territorio, ovvero salvaguardia della sicurezza) poste in essere dalla nostra mente. In maniera inconscia. In diverse ricerche (a cui ho partecipato anche personalmente ai tempi dell’università) è stato dimostrato che il livello di attivazione dell’amigdala (il nostro nucleo cerebrale profondo che risponde al pericolo) si attiva sistematicamente in misura maggiore quando si è esposti a volti di etnie differenti dalla propria, a prescindere dalle convinzioni in tema di razzismo/pregiudizi ecc. E questo fenomeno si manifesta indipendentemente dalla cultura di appartenenza.

Quindi siamo tutti “cattivi” nel profondo?

No. Vuol dire semplicemente che in noi esistono tensioni primordiali sopite (nello Yoga possono essere identificate con le pulsioni legate ai primi chakra, ne parleremo più avanti) le quali, se non mitigate dalla conoscenza e dal ragionamento – ciò che insomma ha caratterizzato la nostra evoluzione culturale fino ad oggi – possono emergere in maniera preponderante e distruttiva. Come ancora oggi la realtà del razzismo, degli stereotipi e dei pregiudizi verso il diverso, delle guerre, ci dimostra.

Per citare Jung, ciascuno di noi è Luce e Ombra insieme. Ciascuno di noi si deve impegnare a coltivare la Luce e integrare – processo che parte dal riconoscimento – le proprie Ombre. Per vivere meglio, con sé stessi e col resto del mondo. L’integrazione è la chiave.

pensiero magico

Il pensiero magico come forma di controllo

Cosa si intende per “pensiero magico”? Il pensiero magico costituisce un tipo di processo mentale in cui le associazioni tra due fenomeni non sono collegate da una relazione di causa-effetto come nella logica deduttiva, ma risultano relate tra loro per somiglianza, analogia o contiguità. L’espressione è usata in più aree di studio anche per descrivere tutte le forme di credenze e superstizioni che le culture umane hanno sviluppato nel corso delle epoche, oltre che in ambito psicopatologico. Una sorta di “pensiero primitivo”, nel quale la mente cerca e trova connessioni laddove, ad un’analisi approfondita dei fatti, non ve ne sono. Per altri – tra cui probabilmente io che scrivo e tu che leggi – si tratta di aprire la mente a certe categorie di eventi ancora non spiegati. Personalmente seguo con interesse i lavori di Dean Radin (link qui per un suo interessantissimo saggio), Deepak Chopra (qui) e altri autori; tuttavia, assumere che certi aspetti della realtà possano essere ancora non conosciuti e insieme possibili, non significa che dobbiamo indulgere in tutte le forme di suggestione e proiezione della nostra mente. Come insegnano i saggi indiani dell’antichità, ci vuole veramente poco a confondere una corda per un serpente…

Ebbene, essere convinti che mettere per primo il piede destro a terra quando si scende dal letto possa condizionare il dispiegarsi della nostra giornata assolve proprio al bisogno psichico profondo di avere il controllo… su qualcosa su cui, con ottime probabilità, non possiamo averlo! Gli esempi sarebbero veramente un’infinità. Come la mettiamo quindi con la miriade di pratiche, ad esempio dello stesso Yoga, che promettono inevitabili cambiamenti di personalità con la semplice ripetizione di un suono o un gesto delle mani? C’è caso e caso e strumento e strumento, ma di questo parleremo approfonditamente in prossimi articoli.

Ad ogni modo, se qualcosa ci fa stare bene e ci piace.… facciamola!

Pensiamo alla ritualità, anche in senso generico: è un bisogno scolpito nel profondo dell’animo umano. Un modo per dare confini, forma all’esperienza che si sta vivendo, limando l’apparente caos dell’esistenza e le sue forze disgreganti… e quindi, ad un livello profondo, ci dona potere su di essa: ci consente, psicologicamente, di controllarla e darvi ordine. Quindi, se una cosa fa stare bene: bene. Ti piace scendere dal letto con un piede in luogo dell’altro? Nessun problema. Male non farà. Il punto però fondamentale è che se viviamo le nostre vite continuamente condizionati da rituali scaramantici senza i quali sorge ansia, dubbio e tensione… beh, forse è il caso di interrogarsi sulla possibilità di liberarsi da queste inutili catene. Si potrebbe scoprire che le cose continueranno ad andare… come devono andare! Provare per credere.

Divenire consapevoli che non è possibile avere il controllo totale sulle proprie vite è una delle esperienze interiori più liberatorie in assoluto.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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