Il successo è tutto! O forse no? – Parte 1

successo è tutto, squalo totem

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Lo squalo è il tuo animale totem? Una premessa scherzosa… ma non troppo

Una premessa scherzosa, ma non troppo. Sei assolutamente sicuro che divenire l’avvocato (o scegli tu la professione) più figo dello studio sia la tua imprescindibile missione di vita, nonché la base della tua felicità? Venderesti tua mamma per il riconoscimento sociale e il successo professionale, per il potere? Il tuo animale guida è lo squalo? Se l’abito che indossi non è almeno tra i migliori del tuo gruppo provi franca vergogna? Se ricevi un biglietto da visita migliore del tuo avverti sottili istinti omicidi? (cit. American Psycho, iperbole in chiave psicopatologica sulla cultura arrivista e narcisista dei tempi moderni) Se la risposta a una o più di queste domande dovesse essere affermativa, beh, fermati pure qui: questo articolo potrebbe non fare per te. Almeno per ora. Potresti tornare a leggerlo in seguito. O forse una parte di te ha già iniziato a mettere in discussione i valori espressi dalle domande poste più sopra… chissà.

Una vecchia pubblicità di automobili

“Non importa quanta strada hai fatto, ma come”

Proprio così recitava una suggestiva vecchia pubblicità di automobili, forse negli anni ‘90, in cui lo yuppismo americano era ormai ben consolidato anche da noi, con le sequele del caso. Parliamo di vite stravolte dall’ansia prestazionale e da aspettative spesso irrealizzabili che maturavano – e maturano tutt’oggi – in crisi identitarie, quando non in veri e propri drammi umani, individuali e collettivi. Ancora oggi, sebbene abbia cominciato a dilagare una nuova e più sana consapevolezza nel porsi nel mondo, grazie anche a certe contaminazioni – tra cui quella dello Yoga e percorsi affini – questo spirito “rampantista” è ancora ben vivo, supportato dal dilagare dei social media con la possibilità teorica di offrire i celebri 15 minuti di successo a chiunque abbia uno smartphone e una connessione internet. Ormai è diventato quasi un luogo comune dirlo.

successo yoga

Yoga e... successo

Non c’entrano nulla. E potremmo anche chiuderla qui. Quella dello Yoga è difatti una prospettiva che guarda verso ben altri lidi (vedi link qui).

“Altri lidi… sai che? A me della spiritualità non me ne può fregare di meno, anzi: credo che si tratti di una perdita di tempo, di un’illusione… il mio bisogno di avere successo è invece radicato nelle istanze della vita vera. Per cui gioisco se raggiungo i miei traguardi e soffro se non li raggiungo. Amen. Sono un guerriero…” e via di seguito con i più variopinti clichè presentabili.

Certamente, come sempre, chiunque è liberissimo di credere in ciò che preferisce e gestire la propria vita di conseguenza (finché non si danneggia il prossimo, almeno – e un certo tipo di cultura e valori inevitabilmente supportano la prevaricazione e l’ingiustizia sociale, ma questa è una storia che meriterebbe un capitolo a parte).

Tuttavia, come sempre, è possibile estrarre dallo Yoga degli insegnamenti universali e applicarli al proprio quotidiano, per vivere meglio. Senza neppure andare troppo lontano dall’ortodossia. In un altro articolo avevamo parlato del re illuminato Janaka e del suo distacco dalle ricchezze e dal potere che pur aveva in abbondanza. Ora, come esercizio mentale, pensiamo al caso opposto: ad un sadhaka che abbia deciso di rinunciare a tutto nella sua vita: relazioni, beni, ricchezze… tutto. In pratica vive da asceta. MA. Permane la forte volontà di illuminarsi, di riuscire nelle sue varie pratiche meditative, di sperimentare direttamente il divino e via di seguito. Al che potremmo chiederci: concettualmente, non è guidato un po’ dallo stesso motore del nostro yuppi votato al successo mondano? D’altra parte anche quest’ultimo è disposto a fare enormi sacrifici per realizzare il suo personale criterio di successo, che brama come un ricongiungimento divino, no? Nei fatti, potrebbe essere proprio così. Non vi sono grandi differenze sostanziali; di base solo una diversità di valori attribuiti in virtù delle proprie credenze. Non a caso è noto, a chi frequenta l’ambiente, come sia piuttosto facile avere a che fare con ricercatori spirituali che dietro una facciata di serenità e umiltà nascondono gravoso narcisismo (“ego spirituale” per citare la Caplan, link qui), e che semplicemente hanno investito su oggetti diversi da denaro e beni di lusso. E ancora non a caso sono infinite le storie di illuminazione dove questo o quel praticante si affanna per raggiungere il suo aspirato samadhi (vedi link qui per un cenno), senza riuscirci, struggendosi. Ed è proprio a questo punto che il maestro del nostro praticante farà notare che in realtà egli o ella non ha davvero mollato tutto: è rimasta la brama, il desiderio di arrivare da qualche parte, di sperimentare qualcosa di speciale. Forse, di essere speciale. Insomma, la sua “meritata” ricompensa per i grandi sforzi e sacrifici investiti nell’impegno. Il potere che anche lui o lei, in una forma diversa, ricercava. Ecco che solo allora, compreso il nodo e liberatosi dall’ultimo fardello delle aspettative, il nostro serio praticante finalmente si illuminerà. Cosa ci può quindi insegnare questa storia? Forse che dalla natura umana non se ne esce, se non nelle storielle spirituali?

Lo spirito del Karma Yoga

Se dovessimo dare una definizione di sintesi dello spirito del Karma Yoga (“Yoga dell’azione”, “del fare”) questa potrebbe essere:

“Impegnati al massimo in quello che fai e fallo a prescindere dai risultati del tuo impegno”.

Possiamo aggiungere: “se lo fai con spirito di servizio per il prossimo è ancora meglio”. Nello Yoga prende il nome di Seva e apre a tutta una serie di – reali – benefici psicologici di cui parleremo in un articolo dedicato alle “magie” della giusta motivazione.

Riprendo quasi alla lettera il passaggio finale di un precedente articolo sulla giusta attitudine da portare sul tappetino:

Il principio è semplice, ma nel complesso non facile! Bisogna vincere delle abitudini mentali, a questo serve ad esempio praticare Yoga con la giusta attitudine: faccio al meglio delle mie possibilità quello che devo fare disimpegnandomi dai frutti delle azioni, ovvero dai carichi di aspettative sui risultati e sulle ricompense. Ciò che si scopre accadere è che coltivando questo spirito si inizierà a vivere i propri impegni più serenamente. Inoltre, con meno ansia e stress da aspettativa e riconoscimento si inizierà a eseguire i propri compiti meglio, a gestire più efficacemente se stessi… e come per “magia”, magari – magari – comincerà anche ad arrivare qualche soddisfazione. Talvolta succede proprio così. E se non succede, amen: come abbiamo visto non abbiamo il controllo assoluto su tutte le variabili della nostra esistenza. E infine, non ultimo, lo Yoga ci ricorda di mettere tutto – ma proprio tutto – in prospettiva (vedi qui): hai presente quando nei film epici l’eroe fantastico o storico di turno annuncia che sarà “ricordato per sempre” per le sue incredibili gesta? Ecco, purtroppo per noi il “per sempre” non esiste. Di fronte alla vastità della Realtà siamo piccoli granelli di sabbia, le cui storie altro non sono che un più o meno bel sogno totalmente autoreferenziale. Tanto vale rilassarsi un attimo e magari provare a godersi un po’ meglio il viaggio finché si può, no? Oppure possiamo continuare a guardarci l’ombelico e struggerci e affannarci con tutto quello per cui ci si può struggere e affannare. Questione di scelte, per lo più*.

*Nota: come ho scritto più volte in vari altri articoli, nel caso in cui si maturasse la consapevolezza di non riuscire a gestire la propria vita, o la sofferenza che la accompagna, è fondamentale non esitare a rivolgersi ad una figura professionale di supporto, ovvero ad un* psicoterapeuta che possa aiutare a mettere ordine al proprio mondo interiore. E da lì ripartire.

 

"Quindi mi stai dicendo che sarebbe "male" gioire dei buon risultati del proprio impegno??"

Ma certo che no… tra l’altro gioia e dolore accadono, difficilmente si manifestano a comando.

Dando il massimo in ciò che si fa, accogliere ciò che di buono accade nella propria vita, senza attaccarsi ai mutevoli frutti del proprio agire, del proprio porsi nel mondo; addestrarsi a lasciare andare il resto. Di nuovo: non abbiamo il controllo totale delle nostre esistenze.

Nella parte 2 dell’articolo approfondiremo il tema di Samarpan, “l’arresa” che – spoiler – nulla ha a che vedere con l’arresa dello sconfitto secondo i canoni della nostra cultura.

Uno spunto dalla scienza

Tangenziale al discorso di cui sopra, vi propongo di seguito un interessantissimo video del Prof. Balbi (astrofisico di fama e docente alla Sapienza, ricercatore scientifico duro e puro senza il ben che minimo contatto col mondo orientale e le sue suggestioni filosofiche o metafisiche). Buone riflessioni.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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