Il successo è tutto! O forse no? – Parte 2

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Samarpan – l’arresa alla realtà

Il concetto di Samarpan è forse uno dei più facilmente fraintendibili del sistema filosofico dello Yoga. Il suo significato letterale è “offerta totale/assoluta”, in riferimento all’arresa totale di se stessi al divino, all’assoluto (il Brahman vedico)… ma il termine ha una valenza psicologica e universale molto più estesa e concreta nella sua potenziale applicazione al vivere quotidiano: il suo è un richiamo al “lasciare che sia”, abbandonare ogni insensata – e peggio di tutto inutile – pretesa di controllo assoluto sulla propria vita. Tale è infatti il tema più critico sotteso a Samarpan.

Arrendersi al flusso degli eventi

Torniamo al tema del cosiddetto “controllo” (vedi link qui), la cui affermazione tipo è: “le cose sono e devono andare come dico io”. E se le cose non sono o non vanno così, inizia la sofferenza, sale la rabbia o lo sconforto. L’arresa di cui qui si articola non è l’arresa infelice dello sconfitto richiamata dal termine nella nostra cultura, bensì la capacità di accogliere il manifestarsi della vita con serena accettazione. Arrendersi al flusso degli eventi. Un’esperienza che si può dispiegare in una sensazione subitanea di infinito sollievo e liberazione; una sensazione che moltissime persone prima o poi spontaneamente provano almeno una volta nella propria vita, nelle più varie circostanze, tipicamente quando una situazione estrema contro la quale ci si è affannati si mostra per quello che è: una lotta inutile. Meglio allora accogliere Ciò che E’. La radice di questa tensione interiore è ancora una volta nella normale disposizione di Asmita, Ahamkara: l’ego che vuole affermare sé stesso nel mondo in cui vive.

Io Io Io! Io sono e Io voglio! Le cose devono andare come Io dico.

L’immagine del bambino che sbatte i piedi per terra e soffre arrabbiato risulta un efficace affresco della dimensione interiore a cui si fa riferimento. Al contrario, la summa prova di maturità interiore si presenta nel fine vita: l’accettazione della morte, l’arresa alla morte. L’accettare serenamente il proprio epilogo.
Nota: quello dell’accettazione è anche un meccanismo inconscio di risanamento psicologico.

Aprirsi alle possibilità della vita

Nella disposizione mentale al controllo vi è contrazione, chiusura alla vita; nell’arresa vi è liberazione, rilassamento, apertura… torna qui valido il riferimento a quanto già discorso nei passati approfondimenti a titolo esemplificativo: una mente contratta, ripiegata su sé stessa e i suoi “bisogni” è una mente che si perde ciò che vi è intorno e, ancor di più, le possibilità della vita. Non a caso è noto luogo comune che ciò che si cerca in genere si trova non appena si smette di ricercare; non appena si rilassa – e quindi si apre – la mente. L’occhio ossessionato da un certo oggetto perde di vista il più ampio campo visivo, nel quale magari si celano tesori, lì, sotto i propri occhi (o già nelle proprie stesse tasche, come soleva dire il maestro di tradizione Zen Suzuki).

La storia delle due rane

A questo punto potrebbe sorgere un problema: bisognerebbe sapere quando ha senso “lottare” e quando è venuto il momento di arrendere sé stessi a Ciò che E’. Anche semplicemente per capire se e quando cambiare strada. Alcune situazioni sono chiare, altre meno. Nel dubbio però che fare? Ce lo dice una graziosissima storia raccontata da Paramahansa Yogananda (link qui per la sua bellissima autobiografia):

Una rana grande e una rana piccola caddero in un secchio di latte. Nuotarono e nuotarono per ore cercando di uscirne, ma invano, perché le pareti del secchio erano lisce e scivolose. La rana grande, esausta, gemette: «Sorella ranocchietta, io mi arrendo e mi sdraio ad aspettare la morte, che è chiaramente il mio destino…». La rana piccola pensò tra sé e sé: «Arrendersi significa morire, quindi continuerò a nuotare!». Trascorsero due ore e la piccola rana aveva le zampette così stanche che pensava di non farcela più, ma guardando la rana morta, scosse la testa e ripeté:
«Arrendersi significa morire, quindi continuerò a scalciare fino alla morte, se questo è il mio destino. Non smetterò di provare, perché finché c’è vita c’è speranza!». Così, ebbra di determinazione, la piccola rana continuò ad agitare le zampette. Dopo un po’, mentre si sentiva ormai quasi paralizzata e senza speranza, all’improvviso sentì sotto di sé qualcosa di solido. Con grande gioia vide che il latte, addensatosi per il movimento incessante delle sue zampe, si era trasformato in un grosso pezzo di burro. Felice ogni oltre dire, la piccola rana saltò fuori dal secchio di latte, verso la libertà.

L'inconoscibilità del futuro

La storia ci vuole ricordare l’inconoscibilità del futuro, o del karma, se si conosce e si preferisce questo più raffinato concetto. Di fronte a questa forma di Avidya (vedi qui) l’invito resta quindi di adoperarsi al massimo per sbrogliare le proprie matasse, risolvere i propri problemi, raggiungere i propri obiettivi… affrontare le proprie sfide. Anche quelle più critiche. Il potere della disposizione mentale, della volontà, è accertato, e a livello speculativo potrebbe essere usato anche per spiegare i cosiddetti “miracoli” che si sentono di tanto in tanto nelle cronache mediche. E tuttavia questo non è da intendersi come un invito a vivere la propria esistenza confidando ciecamente in tutto quello in cui è possibile confidare… anche questa è difatti una forma di aspettativa oltre che di pericolosa potenziale illusione. Le aspettative possono essere deluse e le illusioni possono distogliere, ad esempio, dal dedicare le proprie risorse a concretizzare più proficuamente altro. Perché di nuovo: non tutto nella vita va sempre come vorremmo. Resta però un invito a lottare fino in fondo, qualunque sia l’oggetto del discorso.

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Un’immagine iperbolica per chiarire

Un’immagine iperbolica efficace fuori dalla narrativa tipica dello Yoga:

Il guerriero samurai combatte ogni sua battaglia dando il massimo di sé fino alla fine. Ma è pronto ad accogliere la sconfitta e la morte che fanno parte della vita. Il nostro guerriero samurai potrebbe aggiungere “con onore”. Noi yogi possiamo dire: “con serenità”.

Nel duello il nostro samurai ideale dà il massimo di sé, senza la pretesa assoluta di vincere o che la sua spada o quella dell’avversario vadano proprio dove vorrebbe andassero. Si adatta. Fluisce mantenendo la mente aperta durante la sfida, nel flusso del presente. Sa che può non riuscire nel suo intento di vincere lo scontro, essere sconfitto e addirittura perire. Semplificando per chiarire: il nostro samurai non si arrende all’avversario (le sfide della vita), si arrende alla pretesa del risultato delle sue azioni nel duello. Come insegna lo spirito del Karma Yoga. Non è un caso, dato che la disciplina samurai dell’esempio (il Bushido) ha le sue radici nella tradizione buddhista Zen, i cui principi essenziali sono comuni a quelli dello Yoga. A sottolineare la potenziale applicabilità e universalità di un certo tipo di disposizione nella vita. A prescindere dal racconto umano che vi è dietro.

Nel prossimo articolo introdurremo il concetto di Nishtha, la “fermezza di intenti” indicata come requisito fondamentale del sadhaka, il praticante devoto alla disciplina dello Yoga. E parleremo di motivazione, ciò che ci guida a fare ciò che facciamo nelle nostre vite. Non essendo eludibile – in virtù della natura umana – vedremo quali motivazioni possono essere più efficaci di altre per dirigere le propria esistenza e affrontare al meglio le proprie sfide.

Disclaimer fuori tema solo per appassionati di cultura giapponese: il parallelismo non vuole avere la pretesa di accomunare in senso assoluto due vie con radici culturali e direzioni complessivamente assai diverse. Per i samurai l’onore era la tutto; la disciplina discussa il modo per preservarlo… e tuttavia, nel cammino spirituale che ha dato origine al Bushido, lo Zen, il tema dell’ego – a cui il cosiddetto onore è connesso – è ovviamente ben presente. Nulla di che sorprendersi, si tratta di una delle tante sintesi della storia dei popoli: una sincresi tra una filosofia buddhista che si stava imponendo e un retroterra culturale feudale caratterizzato da certi specifici e inderogabili valori.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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