Interpretare le affermazioni dello Yoga

Dubbi della vita

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Verita e disinformazione: Interpretare le affermazioni dello Yoga

Ogni fenomeno della realtà è il risultato del concatenarsi degli eventi che lo hanno determinato. Il numero della totalità di questi “fattori” è realisticamente inconoscibile. Inoltre, la mente umana ha tra le sue funzioni adattive quella di semplificare al fine di orientare il comportamento rapidamente e col minor dispendio di risorse cognitive (mentali) possibile.

L’atto stesso di conoscere la realtà è un atto di riduzione della stessa.

Riduzione a categorie, concetti, immagini; ovvero una vera e propria semplificazione di una complessità altrimenti inconoscibile. Quello che possiamo fare è identificare dei macro fattori la cui osservazione può consentirci di ipotizzare con una certa probabilità di successo il manifestarsi di un certo fenomeno in luogo di un altro.

L'importanza del sorriso nella vita

“Chi sorride genuinamente poco è (probabilmente) una persona che vive una vita meno felice di chi sorride genuinamente molto”.

L’affermazione va letta in termini probabilistici, non assoluti, e di correlazione, non causazione.
Il fatto di sorridere genuinamente poco appare legato al fatto di avere una vita interiore meno appagante: dove c’è un fatto c’è l’altro, in varia misura. Ma ciò NON significa che sorridere poco sia la causa diretta di una vita meno felice, o viceversa. Non possiamo affermarlo finché non abbiamo dati per dimostrarlo. Il cosiddetto “buon senso” inoltre, come ci insegnano gli studi sui cosiddetti bias (errori) della mente, non sempre ci è d’aiuto per inquadrare correttamente la realtà.

Proviamo quindi ad addentrarci, con un altro esempio, nella destrutturazione dei fattori dietro un’affermazione a caso:

“Anselma sorride poco perché ha un carattere cupo ed è infelice: sarebbe utile imparasse a sorridere di più alla vita e alle persone”

  • Base genetica (tono depressivo dominante nella storia famigliare) (FATTORE DI RISCHIO uno).
  • Individui che condividono la stessa base genetica, come i parenti stretti, generano fattori ambientali di sviluppo (frequenza di sorrisi, espressione dell’affetto e delle emozioni di un certo tipo invece di un altro ecc) che rinforzano l’espressione della base genetica dell’individuo (FATTORE DI RISCHIO due).
  • Anselma, una volta cresciuta, inizia a scegliere attivamente relazioni e contesti di vita (musica, colori ecc) con caratteristiche che rinforzano la disposizione di base, in quanto vissute come più affini, perciò persone e ambienti tendenzialmente cupi (FATTORE DI RISCHIO tre).

 

Quindi: il gruppo di persone con cui Anselma è cresciuta e quello con cui ha scelto o si è ritrovata a circondarsi tende a sorridere poco ed essere infelice. Siamo al cane che si morde la coda in un circolo vizioso.
Per fortuna, sappiamo che oltre ai su citati “fattori di rischio”, esistono altri fattori che potrebbero far cambiare le cose. Vari studi ci hanno insegnato ad esempio che c’è una relazione diretta tra il sorriso impostato genuinamente e un “retro-feedback” (segnale di ritorno) positivo, proprio a livello del sistema nervoso. In questo senso l’impegnarsi a sorridere (di sé, delle cose della vita, agli altri… ma non degli altri! Si entra in un diverso territorio psicologico) può divenire un FATTORE PROTETTIVO, ovvero qualcosa che se presente concorre alla diminuzione della probabilità di vivere una vita interiore triste e aumenta quella di avere una vita interiore più serena. Analogamente Anselma potrebbe alla bisogna aiutarsi seguendo una psicoterapia e, magari, praticando attività sportiva o Yoga. Il peso di questi fattori sarà ovviamente molto variabile e difficilmente predicibile. Per alcune persone un singolo fattore potrebbe risultare determinante, per altre poco significativo… ma per tutti resteranno FATTORI PROTETTIVI, la cui presenza o assenza potrebbe fare sostanzialmente la differenza nella qualità della vita percepita.

Interpretare le affermazioni dello Yoga

Quindi fumare allunga la vita?

Mio nonno ha fumato due pacchetti di sigarette senza filtro al giorno ed è vissuto fino a novantadue anni.

Per alcuni – erroneamente – questa potrebbe essere una dimostrazione che “alla fine non vuol dire nulla che il fumo fa male, basti vedere mio nonno…”.

Nota: l’esempio riportato è facile da comprendere… ma si pensi a quante affermazioni simili vengono fatte su temi ben più ambigui e quindi spinosi, dall’alimentazione all’abuso di alcool fino al razzismo.

Alla luce delle conoscenze attuali possiamo fare alcune osservazioni:

  • C’è una correlazione diretta (ovvero all’aumento di un dato aumenta l’altro) riconosciuta tra il numero di sigarette fumate e l’insorgenza di malattie importanti.
  • Ci sono vari fattori protettivi e di rischio che rendono difficile prevedere con certezza come andranno le cose per il singolo caso, pur potendo fare una generica previsione probabilistica, variamente attendibile, in base agli studi sulla popolazione esistenti.
  • Mio nonno aveva una serie di fattori protettivi evidentemente molto “pesanti” (base genetica, stile di vita, qualità dell’aria e dell’alimentazione…).
  • Tutto questo non significa certamente che se io fumo due pacchetti al giorno di sigarette senza filtro vivrò fino a novantadue anni (!), né che fumare come sopra non incida sulla salute o l’aspettativa di vita – che ainoi ne sarà molto probabilmente inficiata.

L'invito del buon senso

Quello che noi possiamo e vogliamo fare è applicarci al fine di ridurre i fattori di rischio conosciuti e aumentare i fattori protettivi nella nostra vita, nei più svariati ambiti.
Tornando all’esempio iniziale, se si è un po’ sottotono con l’umore sarebbe quindi bene evitare di vestirsi di nero, ascoltare musica malinconica, vedere film deprimenti e tenere sempre le luci basse in casa… anche se questo dovesse costare uno sforzo – e uno sforzo costerà: bisogna uscire dal proprio territorio di adattamento, cercando di esporsi a stimoli e fare esperienze che al momento potrebbero risultare dissonanti con la propria esperienza interiore, in quanto non sintonizzate con le proprie note negative. Eppure un’attitudine rinforza il malessere, un’altra ci apre alla possibilità di rompere uno schema, di ripartire. Questo è un esempio di piccolo impegno che porta alla possibilità di cambiamento, di evoluzione.
Ecco perché ad esempio nello Yoga tradizionalmente si invita a vestirsi di bianco: il colore dell’apertura, della leggerezza, della quiete della mente, della fiducia in sé e negli altri.

Ma tutto ciò – come ormai dovrebbe essere chiaro – non vuol dire che chi veste di nero sia necessariamente infelice e chi veste di bianco sia necessariamente felice!

A ciascuno le sue proprie scelte… ma con un pizzico di consapevolezza in più.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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