Ishvara Pranidhana: abbandonarsi all’Assoluto

Ishvara pranidhana, abbandonarsi all'assoluto

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Ishvara Pranidhana: l’ultimo ramo dell’Ashtanga Yoga

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“L’abbandono a Ishvara conduce alla perfezione del Samadhi”

Ishvara Pranidhana è l’ultimo ramo dell’Ashtanga Yoga di Patanjali, di cui rappresenta l’apice – pur nella cornice di interdipendenza propria di tutto il percorso. L’espressione tradotta significa grossolanamente “abbandonarsi a Ishvara”, ovvero uno dei nomi con i quali ci si riferisce alla personificazione dell’Assoluto, Brahman. Si tratta tuttavia di un termine che ha una grande varietà di traduzioni in base alla corrente filosofica nella quale viene utilizzato, tutte comunque facenti capo a significati sovrapponibili: Ciò che sottostà alla realtà e alla relativa ciclicità, fatta di manifestazione, mantenimento e dissoluzione (la Trimurti di Brahma, Vishnu, Shiva. Seguiranno approfondimenti dedicati). Questo Niyama esprime il momento critico in cui il sadhaka supera la tensione verso l’illusorio controllo assoluto sulla propria esistenza, abbandonandosi ad un volere, o circostanza, oltre la propria volontà. Questa realizzazione è l’inevitabile approdo del disimpegno dalle prestese di Ahamkara, il proprio ego, come risultato dell’aver seguito la mappa dell’Ashtanga Yoga di Patanjali.

Un approccio maturo all’esistenza

Attenzione: non si tratta di una sorta di “illusoria consolazione”, bensì di un approccio maturo all’esistenza. Sia che si tratti del religioso “abbandonarsi al volere divino” o che ci si voglia riferire al pensiero iperrazionalista che annuncia la propria resa “al caso”, all’imponderabile all’occhio della mente umana, il principio resta lo stesso: il riconoscere che non siamo il centro del mondo ma una semplice piccola parte di un qualcosa di sconfinatamente più vasto di cui non abbiamo le redini. Analogizzando il discorso allo sviluppo della psicologia umana, si può pensare al bambino piccolo che si lagna, soffre e gioisce guidato direttamente dalla sua esperienza emotiva, che è il fulcro della sua esistenza. In seguito, l’adulto, con l’ausilio della ragione impara con vari gradi di successo a prendere le misure dei fatti della vita, modulando così la sua esperienza interiore tra gli alti e i bassi dell’esistenza. Per il sadhaka questo discorso si fa esponenziale.

Se qualcosa deve accadere… accade

“Significa quindi che dovrei disimpegnarmi nella vita, dato che tanto non ne ho il controllo?”

Come già argomentato nell’articolo sul controllo (vedi qui), assolutamente no. Come sempre ogni discorso del percorso dello Yoga è interdipendente da tutti gli altri prima affrontati. Discernimento anzitutto. L’invito è sempre lo stesso: dare il massimo nel vivere il presente della propria esistenza, con la consapevolezza che non abbiamo il controllo assoluto sui frutti delle nostre azioni o su ciò che ci accadrà a prescindere dalla nostra volontà e attenzione; in tal senso, quando qualcosa di non voluto accade… accade. Era evidentemente oltre le nostre possibilità di controllo. Qui inizia Ishvara Pranidhana.

Dalla psicologia: l’euristica della simulazione

Se avessi… se non avessi…” in psicologia cognitiva questa modalità retrospettica di pensiero è nota come “euristica della simulazione”, alla base di tantissima inutile sofferenza evitabile. Forse in un’altra dimensione (!) le cose saranno anche andate diversamente, ma in questa l’unico modo in cui potevano andare le cose è… quello in cui sono andate! “Noi” siamo il risultato di quanto vissuto fino al momento presente in questa linea spazio-temporale. Questa è l’unica realtà vera da comprendere, curare, evolvere. Non ipotetici passati o ansiogeni futuri. Anche il comunissimo senso di colpa – così caro alla nostra cultura – può essere gestito in due modi: girandoci intorno e stallandosi esistenzialmente o usando l’esperienza come occasione per evolvere e migliorarsi.

Ishvara pranidhana, analogia mettiamoci al volante

Un’analogia per comprendere: mettiamoci al volante

Per un’analogia esplicativa si pensi al guidare in strada: dato che non possiamo controllare tutte le variabili (dal folle che passa col rosso a 100 km/h alle condizioni del manto stradale) vuol dire forse che quindi possiamo guidare a caso o con disimpegno che tanto ci pensa “qualcuno più in alto di noi”? Ovviamente no, guideremo col massimo impegno sempre, se poi qualcosa dovrà succedere… succederà.

“Ah! Quindi faccio bene a cercare di calcolare tutto e pensare a tutto quello che può succedere! E questo mi porta a vivere male, ho sempre l’ansia.”

La risposta è nuovamente un deciso no. Ancora una volta bisogna ricordarsi di comprendere il messaggio con adeguato discernimento. Per restare nell’analogia: fare un corso di guida sicura, rispettare i limiti e conoscere il codice della strada, essere vigili ai pericoli e lucidi durante la guida, rilassati… questi sono esempi di buone prassi che renderanno l’esperienza della nostra marcia più sicura e piacevole, potremmo insomma godercela meglio e rischiare di meno. Al contrario, guidare in condizioni di tensione con l’ansia per tutto quello che potrebbe accadere non farà altro che aumentare il rischio di reazioni improvvise e fuori misura, rendendo inoltre la guidata insicura una brutta esperienza carica di tensione e, di fatto, aumentando pure il rischio di eseguire manovre reattive pericolose. Perché è quello che succede quando si guida – e si vive – stressati e in ansia. E in tutto questo non si avrà ancora nessun controllo sul folle di turno che passerà col rosso a 100 km/h proprio nell’istante in cui si sta transitando per quel certo incrocio, piano piano e con la massima attenzione.

Mi impegno al 100% in quello che faccio, quindi Ishvara Pranidhana.

Vivere il presente accettando la realtà non è fatalismo

Vivere il Presente accettando la realtà non è fatalismo. Vivere il Presente vuol dire che fintanto che non è successo nulla… non è successo nulla. E non è affatto sicuro che debba succedere qualcosa. Qualunque sia il contesto in esame. Ci si può quindi rilassare, respirare e iniziare a… vivere! Fintanto che ci è dato, per come ci è dato, al meglio delle nostre possibilità. E quando la sofferenza inevitabile si manifesta, ricordare: Ishvara Pranidhana. Amen.

E finché si è vivi, si può curare l’istante presente per vivere al meglio delle condizioni date, sfide e sofferenza comprese. Nel vivere la normalità, invece di pensare alle diecimila cose che possono portare sofferenza, si invita a coltivare il pensiero delle diecimila cose che possono portare evoluzione, gioia e serenità – finché ci è dato.

L’attitudine Bhakti

Ishvara Pranidhana è una delle espressioni della cosiddetta “Bhakti”, il senso di devozione innata che hanno alcuni individui e che in parte può essere coltivata. La devozione è fatta di intensa emozione, di afflato, in questo caso verso un’idea che può essere intangibile. Il riferimento ci rimanda ad un principio interessante e comune nel percorso dello Yoga: ogni indicazione, ogni pratica, va vista come uno strumento potenzialmente in grado di portare alla liberazione. Per alcuni sarà il fervore, per altri l’impegno nella purificazione di corpo e mente… e così via. Tutti insieme portano verso lo stesso approdo, ma starà poi al singolo praticante (o all’indicazione del Guru) “capire” se può esservi qualche strumento che può essergli più di aiuto di altri per realizzare lo Yoga, l’esperienza diretta di Atman, la scintilla di Brahman (vedi qui). Questo è il Samadhi – l’enstasi mistica – di cui farà esperienza nella meditazione chi si abbandona completamente a questa Vastità; spogli da sovrastrutture e illusorie grandezze, inevitabilmente si entrerà in contatto con la parte più profonda, libera e assoluta della propria natura.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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