La consapevolezza del corpo

LA CONSAPEVOLEZZA DEL CORPO

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LA CONSAPEVOLEZZA DEL CORPO

Volendoci abbandonare ad un’immagine poetica, il corpo può essere inteso come l’armatura dello spirito: contratture continue dovute alle tensioni quotidiane o emotività interiore, respiro bloccato, scarsa consapevolezza corporea associata alla tendenza a pensare troppo, spesso usando la “razionalizzazione” come difesa dall’esperienza emotiva che si vuole evitare inconsciamente di vivere, sono tutti esempi di problemi comunissimi e nella maggior parte delle persone spesso neppure identificati. “Tornare al corpo”, “radicarsi”, sono tutte espressioni che rimandano alla capacità di sentire il corpo attraverso il corpo; ovvero vivere meno nella mente in balia dei suoi “giochi”.

La consapevolezza primaria della nostra esperienza corporea ci porta automaticamente verso ciò che chiamiamo Presente. Questi non è il contesto nel quale stiamo vivendo (sarebbe ben poca cosa, dato che raramente nella vita le cose vanno proprio come vorremmo), bensì il momento fluido in cui la coscienza si affaccia al dispiegarsi della realtà, libera da giudizi, pregiudizi, confronti e schemi di ogni sorta nei quali incasellare e problematizzare la realtà osservata e vissuta. Già, perché la funzione primaria della nostra mente è proprio quella di risolvere problemi… e per risolvere i problemi… prima di tutto bisogna metterli a fuoco, identificarli! Viene facile comprendere il potenziale circolo vizioso di questa normalissima dinamica con la quale funziona la nostra mente.

Così, questo è ciò che normalmente accade, la vita tende a scorrerci davanti come un treno in corsa; inseguendo progetti, impegni, cose, persone, sbrogliando le più varie matasse quotidiane nell’affanno di giungere ad una pace che mai arriva… e perdendo così di vista il proprio centro interiore, la propria bussola interna, la vera guida verso le poche cose di cui abbiamo realmente bisogno. Lo Yoga ci insegna a ricollocarci nel flusso dell’esperienza così come si presenta, in noi stessi e nella vita che viviamo. La consapevolezza del “qui e ora” che chiamiamo radicamento: otterremo così il duplice vantaggio di vivere meglio il presente e insieme essere più lucidi, meno condizionati e reattivi nell’organizzare il futuro, più aperti a coglierne le possibilità e, laddove serve, accettarne l’inevitabile.

La piena consapevolezza della nostra dimensione corporea ci consente inoltre di divenire ricettivi nei confronti degli infiniti messaggi che il nostro corpo ci invia, messaggi che, se captati in tempo, possono permetterci di organizzare meglio il comportamento ad esempio evitando di reagire impulsivamente, quando non addirittura di perdere il controllo. La pratica delle tecniche dello Yoga ci consente infatti non solo di cogliere questi segnali, ma ci insegna anche a gestire gli stati corporei sottostanti, offrendoci la possibilità di modulare le nostre reazioni a partire dagli stati interiori; evitandoci così i più svariati problemi derivanti ad esempio da reazioni impulsive o, al contrario, dal non aver ascoltato le molte allerte segnalateci dalla nostra intelligenza corporea.

La consapevolezza del corpo ci rimanda quindi al momento presente, ci dona senso di realtà, ci offre la possibilità di sentirci vivi. Qui ed ora.

Ma questo è solo l’inizio del cammino. Presto un approfondimento sugli oggetti della consapevolezza.

braccio libero

La capacità di aprirsi e lasciare andare

Lo Yoga, inteso nella sua accezione più alta, può essere considerato come un percorso di sgravio dai pesi dell’esistenza; in questa cornice, la condizione essenziale per tale alleggerimento consiste nel coltivare la capacità di aprirsi e lasciare andare.

Si mediti sulla mano: per lasciare un oggetto è necessario aprirla.

Derivati da questa apertura, oltre alla capacità di rilasciare, saranno quindi la capacità di accogliere – basilare per vivere in armonia nel mondo – e quella di donare; capacità essenziali ai fini della realizzazione del percorso dello Yoga e, più in generale, ai fini del raggiungimento di un migliore equilibrio nella propria vita.

La possibilità di coltivare tale apertura risanatrice, in una chiave che potremmo definire “psicosomatica”, nello Yoga trova la sua manifestazione primariamente attraverso gli asana (posizioni del corpo) che lavorano sulle aperture della regione toracica, con la colonna vertebrale in estensione.

Posando yoga

Per la corretta pratica di questi asana è necessario inoltre aprire le spalle, tramite la rotazione all’indietro delle relative articolazioni. È noto come le attitudini individuali siano all’occhio attento identificabili dall’osservazione degli aspetti posturali della persona, di cui l’assetto di torace e spalle è uno degli indicatori genericamente più indiziari. Dal punto di vista esperienziale, non è infrequente che l’esecuzione estensiva di queste pratiche possa portare a sensazioni di espansione, di connessione, di leggerezza e felicità. Può tuttavia accadere che la o il praticante si ritrovi a vivere “catarsi” emotive, vere e proprio liberazioni di disagi interiori sopiti magari da lungo tempo; tali esperienze andranno lasciate libere di manifestarsi, espressione dello sgravio di un peso che abbisognava di essere liberato.

Per aprirsi è richiesta anche forza; nel nostro modello culturale di riferimento la “forza” è tipicamente associata alla fermezza, alla rigidità, alla capacità di chiudersi e sopportare, qualità classicamente considerate come “maschili”, con implicazioni problematiche per la psicologia del genere e negative per tutta la società in generale. Si pensi al pugno chiuso. La forza di cui qui si tratteggia riguarda invece un aspetto molto più profondo e sottile del discorso: riguarda la capacità di non fermarsi di fronte la paura di soffrire (in ultimo espressione estensiva di Abinivesha, l’ancestrale paura della morte, intesa come il massimo grado di perdita), paura potenzialmente insita in ogni atto di apertura nei confronti del mondo. Aprirsi vuol dire rischiare di mettere in discussione i propri modelli interni, le proprie autorappresentazioni, le proprie certezze, vuol dire esporsi, rischiare di essere rifiutati, di vedere incrinate le mura del proprio regno interiore.

Ma vuol dire anche offrirsi e offrire una possibilità di dialogo, di incontro reale con l’Altro o con l’Esperienza dell’esistenza. Vuol dire mettersi in condizione di accogliere ciò che di buono la vita può offrire, lasciando andare il resto.

Quello della capacità di aprirsi, al mondo e ancor più a sé stessi, è forse uno dei temi più diffusamente problematici nella contemporaneità, tra i cui adattamenti figura la chiusura emotiva, difesa dalle sempre maggiori pressioni dell’ambiente circostante e dei suoi modelli di riferimento competitivi altamente disfunzionali al benessere e all’equilibrio a cui tuttavia ogni essere umano, nel profondo, anela. Il percorso dello Yoga può sicuramente aiutare ad evolvere questa importante componente di sé.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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