3 cautele ed errori lungo la via della purificazione
I vantaggi dell’intraprendere la via della purificazione sono indubbi e riguardano il miglioramento della salute di corpo e mente e, soprattutto, il miglioramento della qualità esperita della propria vita. Esistono tuttavia alcune importanti cautele ed errori, interconnessi tra loro, che saranno di seguito sinteticamente articolati; tali problematiche non sono inoltre esclusiva di un percorso definito come quello della “ricerca spirituale”, ma riguardano tutti gli ambiti della vita, che si tratti di percorso spirituale o della propria carriera professionale come avvocato, medico, operaio o atleta che sia. Sarà perciò utile vigilare con consapevolezza sulla propria esperienza interiore – cosa niente affatto scontata alla luce di quanto scritto nel precedente approfondimento: il problema dell’essere in grado di osservare con obiettività sé stessi.
Vivere meglio contenendo la sofferenza evitabile
Questo è il punto, a prescindere dalla forma che ha assunto la propria vita: vivere meglio contenendo la sofferenza evitabile. Si ricorda che qui l’obiettivo non è quello di adottare un qualche “modello” di riferimento, bensì – molto pragmaticamente – apprendere a vivere meglio la propria esistenza sgravandola dagli affanni superflui della mente ordinaria, la mente reattiva, non consapevole. La parola d’ordine è “attenzione all’ego”: più ci si reputa (anche inconsciamente) importanti, speciali, più si è focalizzati nel “proprio ombelico”, più tutta l’esperienza di vita verrà vissuta con peso e affanno. Che ci si vesta con un abito di Armani o con una tunica bianca e tanti ninnoli spirituali al collo. Il lavoro principale è sulla consapevolezza di sé, sul coltivare qualità positive nella propria vita, quali l’umiltà, la generosità, la tolleranza e la gratitudine, la disponibilità all’ascolto e all’aiuto… ma anche la tenacia, la costanza, la pazienza. La capacità di lasciare andare. Riconoscere il bisogno di coltivare queste qualità non è affatto facile, in un certo senso si tratterà di “andare contro la propria natura”, le proprie tensioni psichiche istintuali. E la ragione, sappiamo, tende ad accomodarsi alle proprie emozioni (vedi qui).
3 cautele ed errori: un focus per una maggiore consapevolezza di sé (per vivere meglio)
Di seguito un focus su alcune disposizioni critiche, comuni nella natura umana:
1 - Investimento narcisistico
“Sono una persona speciale in quanto seguo un percorso evolutivo speciale”. Questo è un esempio di ferma assunzione interiore. Si può essere anche patologicamente narcisisti e atteggiarsi a santi. Convinti di esserlo. Se qualcuno osa contraddire le proprie “verità” ci si sente fisicamente feriti, smossi emozionalmente: si è completamente identificati con un’idealizzazione di sé e del percorso che si segue. Come già articolato ciò vale anche per il normale ruolo lavorativo, che può portare denaro, potere ecc, ma anche “solo” identità e valori sui quali si costruisce sé stessi. L’investimento narcisistico non è necessariamente “patologico”, è una funzione normale della nostra psiche che ricerca accettazione, riconoscimento, identità, unità, coerenza, senso, obiettivi… ma tutto ciò, quando estremizzato, può divenire causa di grande sofferenza. O addirittura svoltare nel francamente patologico. La storia del mondo religioso e spirituale è piena di esempi in questo senso, tanto che è stato coniato il termine “ego spirituale”. Pure passare le giornate a farsi fare ritratti seduttivi per i social esprime chiaramente questa tendenza interiore. A poco serve ammantarla delle belle parole dei santi. Il proprio tracotante “amore per se stessi” semplicemente cambia abito [ciò non vuole essere un “giudizio negativo”, ma una semplice costatazione di un comune meccanismo psicologico, peraltro rinforzato dai valori della cultura di appartenenza. Dall’ambito psicoanalitico sappiamo che sotto potrebbe esserci una “ferita” relativa al senso di accettazione e amore disatteso da sanare… o un eccesso in senso opposto: se si è bellissimi fin da piccoli e tutti fanno complimenti rinforzando questo senso di sé focalizzato sull’estetica, beh, non c’è da stupirsi se poi si continuerà a cercare quel tipo di conferma per tutto il resto dell’età adulta… ma si tratta di temi di interesse relativo in questa sede. L’invito ad ogni modo resta sempre quello: se si soffre troppo per qualcosa di impalpabile, di mentale, meglio seguire un percorso psicoterapeutico]. Lo stesso problema si manifesta quando la propria pratica è pervasa da competizione: ad un livello superficiale con gli altri, ad un livello più sottile e problematico, con sé stessi. Non a caso la letteratura è piena di esempi di yogin e santi storici che hanno dovuto vincere il proprio ego come scoglio ultimo del proprio percorso. Dai maestri classici dello Yoga ai santi buddhisti esasperati dai propri maestri che cercavano di ridimensionare il loro ego al fine di farli illuminare. L’antidoto principale è il coltivare l’umiltà, il riconoscere che si è solo una parte del tutto e che di fronte alla maestosità dell’Universo e dello spazio-tempo non contiamo assolutamente nulla.
Anche solo leggere questa frase genera un senso di fastidio e rifiuto?
Ecco, proprio quello è l’ego che si sente toccato, messo in discussione nel suo bisogno di centralità.
La chiave quindi non è la facciata con la quale ci si pone nel mondo, ma la propria intima esperienza interiore: si può essere espansivi, diretti e umili interiormente… o timidi/affabilissimi ma con un problematico ego ipertrofico.
2 - Rigidità interiore e tendenza all’ossessività*
“Sarò amata/o accettata/o, mi accetterò solo se… mangerò vegetariano, praticherò tutti i giorni, proverò sempre belle emozioni (io sono buona e sempre solare!), andrò d’accordo sempre con tutti…” la lista è lunga e facilmente estendibile da chiunque. Anche in questo caso il problema è duplice: da una parte si vivrà senza reale serenità la direzione intrapresa, dall’altra, la durezza con la quale si giudica – spesso inconsciamente – sé stessi si rifletterà nel modo in cui si giudicheranno gli altri. Il risultato di questo processo sarà un esacerbarsi dell’esperienza di avversione verso chi manifesta comportamenti o attitudini alle quali si rinuncia magari con così tanta convinzione o fatica. In sostanza – per complesse proiezioni psicodinamiche la cui esposizione esula dagli intenti di questa semplificazione, si veda l’articolo sulle ombre qui per uno spunto interessante – aumenta il proprio grado di tensione conflittuale nei confronti di sé stessi e del prossimo. L’antidoto consiste nel cercare di vivere in maniera più onesta e rilassata le proprie scelte e orientamenti di vita: perdonandosi e accogliendo la diversità. E se proprio ci si sente in missione, è utile ricordare che se si vuole guidare qualcuno verso scelte più benefiche o consapevoli (per sé o per la collettività) il modo peggiore per farlo è quello di giudicare, colpevolizzare, condannare, in quanto determina la polarizzazione dei fronti, ovvero l’acuirsi della conflittualità con il conseguente rinforzo delle relative posizioni sostenute. E’ un po’ come se si aggredisse l’identità dell’altro… inevitabilmente l’individuo si difenderà avversando ancora di più la posizione verso cui si voleva che la persona si avvicinasse. Ciò vale anche per i gruppi sociali. Più si pressa, più si allontana.
*Ossessività non patologica in senso stretto: con una base interiore compromessa da una vera e propria condizione patologica (portatrice di grave sofferenza) si potrebbe aver prima bisogno di un percorso terapeutico adeguato. Vi sono disturbi importanti relativi alla dimensione dell’ossessività per cui non basta una buona volontà, bensì – come già sottolineato più volte in passato – è utile chiedere aiuto professionale.
3- Illusioni
“Se seguo questo stile di vita vivrò sempre felice / sarò sempre sano / la vita mi donerà ciò che voglio…” e via di illusioni potenzialmente dannose per la sofferenza aggiuntiva causata dal concreto rischio di disillusione. Nella tradizione spirituale asiatica si articola a proposito del karma, ovvero l’inconoscibile – si sottolinea – sequenza di eventi che hanno portato le cose ad essere quello che sono state, che sono e ciò che saranno. Il fumatore e bevitore incallito vive in buona salute fino a 98 anni mentre il salutista spirituale che coltiva il pensiero positivo muore a cinquant’anni di tumore. Succede ogni giorno nella vita reale. Purtroppo, una certa cultura (che risponde al bisogno di certezze e di controllo negli esseri umani) ha favorito la diffusione di questo stile ingenuo di pensiero nella popolazione occidentale, in particolare dei ricercatori spirituali. In occidente, infatti, il rapporto con la sofferenza e la morte è molto diverso rispetto quello della tradizione orientale, dove tali temi non sono rimossi culturalmente come da noi… in India si medita ancora nei ghat crematori, in mezzo alle ossa: i tibetani addirittura danno i propri morti in pasto agli avvoltoi, a cielo aperto, per ricordarsi che si è parte di un ciclo insieme a tutti gli altri esseri viventi. Come antidoto a ciò – quando le illusioni si infrangono la sofferenza è molto maggiore – bisognerebbe imparare a demistificare la realtà, riconoscendo la sua imponderabile complessità: in ambito statistico, per restare in tema salute, si parla di “fattori protettivi” e “fattori di rischio”, ovvero delle variabili (alimentazioni, attività fisica, avere o meno certe abitudini, stile di pensiero, la presenzi di certi geni nel proprio patrimonio genetico ecc) che possono aumentare o diminuire la probabilità che si manifesti o meno un certo fenomeno (vedi qui). Esempio spicciolo: non è affatto detto che se attraverso l’incrocio col semaforo rosso debba fare un incidente (o col verde non lo faccia!), ma certamente aumenta la probabilità di farlo nel primo caso e non farlo nel secondo. Tale probabilità aumenterà o diminuirà in base a tutta una serie di altri fattori, dall’attenzione durante la guida al volume del traffico ecc.
Il problema sorge se si traggono conclusioni sulla base della propria limitata esperienza o su una selezione delle informazioni di comodo – che non è qualcosa che facciamo consapevolmente ma fa parte del funzionamento della nostra psiche.
Infatti, vi sono fattori psicodinamici profondi che guidano le nostre azioni: paura che porta a negazione, autoreferenzialità, mancanza di strumenti di comprensione o assenza di dati informativi corretti, tendenza mentale alla ricerca di conferme ecc sono tutte condizioni che possono guidare l’individuo verso la costruzione di rappresentazioni illusorie della realtà. L’antidoto consiste nel coltivare un sano disincanto, impegnandoci a fare del nostro meglio nel vivere la nostra esistenza, ma liberi da irrealistiche pretese sulla vita. Le cose poi andranno… come devono andare. Lo spirito del Karma Yoga (lo Yoga dell’azione, nel senso “del fare”, per estensione: del vivere), di cui torneremo ampiamente a parlare.
Seguirà la terza parte dell’approfondimento, vi invito a non perderla.
Un articolo scientifico in tema:
https://www.scientificamerican.com/article/the-science-of-spiritual-narcissism/








