La ragione e le sue insidie

ragione e sue insidie

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La ragione: questione di assunzioni e prospettive

“Io ho ragione perché ragiono!”
Ma è davvero così?

La cosiddetta ragione è la capacità della mente di organizzare ed elaborare i dati raccolti al fine di strutturare il pensiero e, col pensiero, risolvere problemi e in definitiva organizzare l’esistenza individuale e collettiva. Nel linguaggio dello Yoga la capacità di organizzare efficacemente il pensiero è propria di Buddhi, che potremmo tradurre alla buona con la generica definizione di “intelligenza”, al netto dei molti significati a questa parola attribuibili dalla moderna ricerca psicologica. Vedremo in un successivo approfondimento le varie forme di mente secondo il sistema dello Yoga, tema vasto che per ora lasciamo da parte non essendo di strettissimo interesse ai fini del presente approfondimento. La validità della così definita ragione dipende anzitutto dalle assunzioni, ovvero da ciò che viene posto alla base del proprio ragionamento; infatti, i dati su cui si basano le proprie assunzioni possono non essere corretti, essere parziali o mancare del tutto. Oltre a ciò la “ragione” dipende sempre, almeno in senso assoluto, dalla prospettiva con la quale si inquadra un certo discorso e, in stretta relazione, dagli intenti del proprio ragionare (tra cui ad esempio l’autoconferma della propria narrativa interna che mantiene coesa l’identità, il senso dell’Io: basti pensare al conflitto che può generare un confronto basato su ideologie, politiche, religiose o altro che siano, sui quali comunemente si “investe” la propria identità, arrivando a sentirsi feriti in presenza di critiche al proprio sistema di credenze/ideali).
Tutto ciò rende questo essenziale strumento della mente assai plastico. Si rimanda alla storia  dell’elefante, di seguito in sintesi riportata per chi non la conoscesse.

I saggi e l’elefante

C’erano una volta sei saggi che vivevano insieme in una piccola città. I sei saggi erano ciechi. Un giorno fu condotto in città un elefante. I sei saggi volevano conoscerlo, ma come avrebbero potuto essendo ciechi?
“Io lo so”, disse il primo saggio , “lo toccheremo.”
“Buona idea”, dissero gli altri ,”così scopriremo com’è fatto un elefante.”
I sei saggi cosi andarono dall’elefante.
Il primo saggio si avvicinò all’animale e gli toccò l’orecchio grande e piatto. Lo sentì muoversi lentamente avanti e indietro, producendo una bella arietta fresca e disse: “L’elefante è come un grande ventaglio”.
Il secondo saggio invece toccò la gamba: “Ti sbagli. L’elefante è come un albero”, affermò.
“Siete entrambi in errore”, disse il terzo. “L’elefante è simile a una corda”. mentre gli toccava la coda.
Subito dopo il quarto saggio toccò con la mano la punta aguzza della zanna. ”Credetemi, l’elefante è come una lancia”, esclamò.
“No, no”, disse il quinto saggio “che sciocchezza!” , “l’elefante è simile ad un’alta muraglia”, mentre toccava il fianco alto dell’elefante.
Il sesto nel frattempo aveva afferrato la proboscide. “Avete torto tutti”, disse, “l’elefante è come un serpente!”
“No, come una fune”.
“No, come un ventaglio”.
“Come un Serpente!”
“Muraglia!”
“Avete torto!” “No ho ragione io!”
I sei ciechi per un’ora continuarono a urlare l’uno contro l’altro e non riuscirono mai a scoprire come fosse fatto un elefante.

La ragione e il gioco del dibattito dei geshe buddhisti

Nella filosofia dello Yoga la ragione può divenire uno strumento eccezionale. In ambito buddhista è stato portato al suo parossismo attraverso il dibattito, nei quali gli aspiranti geshe (“maestro spirituale”) si affrontano in duelli di conoscenza e ragionamento fino allo sfinimento, anche per più giorni di fila. Si urlano addosso, si provocano, litigano in tutte le maniere… finché al termine, esausti, scoppiano a ridere e ridere e ridere… con la comprensione dell’insensatezza dell’accanirsi per le idee.

Alcune riflessioni… partendo da un’obiezione

Si potrebbe obiettare che però alla fine un elefante c’era… il punto non è l’esistenza o meno di una verità (realtà) assoluta, quanto il descriverla. Il limite è intrinseco nel funzionamento della mente e nel sistema di codifica del linguaggio stesso: per definire qualcosa bisogna identificare dei confini, dei limiti. Ciò vale per qualsiasi aspetto dell’esperienza della realtà che si vuole descrivere, rimandandoci al principio di interdipendenza tramite contrasto tra Soggetto e Oggetto (vedi qui): riusciamo a percepire qualcosa perché “quel qualcosa” è percepito differente da qualcos’altro, come la figura e lo sfondo nel quale è inserita e dalla quale emerge per contrasto – tutta la percezione della realtà è basata sul contrasto: questo non è quello, quello non è questo. Io sono, io non sono. Ecc.

La ragione per risolvere i problemi… nel migliore dei modi.

“Si ok, ma talvolta c’è una realtà da affrontare per cui servono risposte pratiche, possibilmente derivate da ragionamenti il più corretti possibile nel senso di aderenti ad una realtà da gestire praticamente… non è tutto relativo come parlare di Dio o dell’infinito o dei colori del cielo!”

E infatti è esattamente qui che entra in gioco la già incontrata buddhi, l’intelligenza, ovvero la capacità di mettere insieme dati al fine di risolvere problemi. In una prospettiva dialogica ciò vuol dire essere capaci di mediare, di comprendere le posizioni dell’Altro e, laddove possibile, riportarlo verso una più adeguata, opportuna o funzionale al contesto lettura della realtà.

La ragione può essere distorta dalle emozioni

Come abbiamo già visto in un precedente articolo (vedi qui), tutto il sistema psichico umano tende alla conferma della propria identità, intesa come autorappresentazione, narrazione coerente di sé. Tale funzione risulta nella psiche umana prioritaria. E’ proprio qui che entrano in gioco le emozioni, ovvero i “driver” del nostro essere al mondo, la forma di esperienza che ci motiva e guida verso qualcosa o ci fa allontanare da qualcos’altro, sia che si tratti di situazioni, cose o persone… sia che si tratti di idee. La psiche umana ha bisogno di trovare coerenza e conferme. Sta di fatto che tale bisogno intrapsichico sia quindi orientato proprio dalle emozioni, che andranno a permeare, a “colorare” tutte le altre funzioni psichiche… ragione compresa. Ciò è frequentemente alla base di una possibile pesante distorsione del proprio ragionare. Vediamo un caso da una storia umana piuttosto comune. Gli esempi tuttavia potrebbero essere veramente infiniti e riguardare tutti gli ambiti, dal quotidiano individuale ai grandi temi collettivi (diritti, guerra, organizzazione sociale… come noto i più abili comunicatori sono in grado di ottenere la “ragione” su qualsiasi argomento, se non si sta bene attenti alle assunzioni dei loro ragionamenti).

Gelmino non trova l’amore

Nell’infanzia di Gelmino si è creato un condizionamento disfunzionale (su cui non ci dilungheremo) a seguito del quale desidera avvicinarsi ad una persona solo se questa pone in essere comportamenti respingenti; nella sua psiche ciò gli “conferma” la sua rappresentazione inconscia di sé, ovvero che non può essere accettato/amato dal suo oggetto d’amore. In presenza di tali incontri sorgono quindi potenti emozioni proprio verso quel certo tipo di persone. Ma a questo punto della sua vita Gelmino è cresciuto, è una persona intelligente e sa ragionare. Ma cosa gli suggerirà la sua ragione, così guidata da queste potenti emozioni e condizionamenti, magari in assenza di conoscenze specifiche e complete circa i suoi stessi condizionamenti e le sue dinamiche interiori? Con buone probabilità si convincerà che quella certa persona respingente è davvero la persona giusta a cui legarsi, a dispetto di ogni evidenza. E dei risultati fallimentari. E il bello, se così si può dire, è che il tutto sarà confermato da lunghi ragionamenti interiori – con tanto di tentativi di convincere i suoi interlocutori che magari cercano di aiutarlo a mettere in discussione le sue convinzioni. Pensiamo la stessa situazione associata a tematiche ben più pesanti, come quella della selezione di partner violenti. Si tratta di tematiche comunissime. Questo tipo di dinamiche possono prendere la forma di un interessante fenomeno nominato da L. Festinger “dissonanza cognitiva”, che riguarda proprio il bisogno di coerenza intrapsichica della nostra mente, e a cui rimando per approfondimenti qui.

Lo stesso succede normalmente, quotidianamente, anche di fronte casi eclatanti che riguardano intere collettività: si pensi ai complottismi o ai negazionismi più estremi – ci sono ancora oggi tantissime persone che credono che la Terra sia piatta e non siamo mai stati sulla Luna, solo per citare due tematiche che auspicabilmente non dovrebbero creare troppe divisioni. Per un esempio, quando non è il bisogno di sentirsi speciali detentori di verità segrete ai più, può essere la paura estrema a guidare i più distorti ragionamenti. Questi appariranno assolutamente leciti, articolati e corretti ai loro autori: che un evento sia “casuale” – quindi non controllabile, vedi qui – è più terrificante per la psiche umana rispetto il fatto che ci sia qualcuno sotto ad orchestrare la cosa… qualcuno che possa essere svelato, colpevolizzato e fermato. Non che i complotti non esistano! Ma il vederli ovunque non è la soluzione ai problemi del mondo. Bisognerebbe sempre vagliare e discriminare con metodo e mente lucida, non cercando solo conferme alle proprie idee nella propria bolla di conoscenza e conoscenze.

Ragiono quindi ho ragione?

Per tornare alla domanda iniziale, se davvero fosse così lineare, il mondo sarebbe molto diverso da come lo conosciamo: vi sarebbero anzitutto molti meno conflitti, personali e collettivi. Ma sappiamo che non è così. La ragione è quindi uno strumento eccezionale ma tutt’altro che infallibile, da usarsi anch’esso con consapevolezza, prima di tutto di sé stessi, dei limiti della propria conoscenza e di cosa muove il proprio porsi nel mondo.

Una storia su cui meditare

Come fare quindi a districarsi tra tutte queste fonti di potenziale incertezza e disporre al meglio dei propri strumenti mentali? Interrogarsi sulle proprie assunzioni, motivazioni, conoscenze, fonti e affidabilità delle stesse, ragionare per falsificazione e non per conferma… ecc ecc. Non vi sono risposte facili, il discorso avrebbe bisogno di ben più ampie e specialistiche articolazioni. E tuttavia un piccolo spunto possiamo portarcelo a casa, almeno relativamente al tema di nostro interesse primario: ridurre la sofferenza nelle nostre vite, vivere meglio la vita che ci è dato di vivere. In questo senso, come più volte accennato in passato, il principio cardine resta quantomeno quello di usare la ragione per porsi sempre il quesito: quale azione potrebbe arrecare meno danno al prossimo stante tutti i dati che ho a disposizione – e non solo quelli che mi piacciono? Per un problema complesso. Per quelli più semplici di tutti i giorni: ciò che sto per dire, la polemica che sto per attivare, serve a qualcosa? Che effetto auspico di ottenere? Voglio solo impormi dicendo la mia a tutti i costi? Voglio provocare? O voglio essere utile, aiutare, supportare, mediare? Se tutti mettessimo al primo posto l’interesse altrui, vivremmo sicuramente in un mondo migliore. E non per modo di dire: concretamente.

Ecco la storiella:

Un maestro portò dei palloncini nella sua scuola e ne regalò uno ad ogni studente. Poi ingiunse di scrivere il proprio nome sul proprio palloncino, quindi di lanciarli sul pavimento e lasciare l’aula. Una volta fuori, disse loro: “Avete tre minuti affinché ciascuno trovi il palloncino che riporta il suo nome”. Gli alunni entrarono e iniziarono la ricerca, ma dopo i tre minuti quasi nessuno aveva completato il compito. Il maestro allora disse: “Prendete qualsiasi palloncino e consegnatelo al proprietario del nome che vi è sopra”.

In poco tempo tutti gli alunni si ritrovarono col proprio palloncino in mano.

Alla fine disse il maestro: “Ragazzi, i palloncini sono come la felicità. Nessuno la troverà cercando solo la propria. Invece, se ciascuno si preoccupa di quella dell’altro, troverà presto quella che gli appartiene”.

Buona pratica e… buone riflessioni!

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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