La stabilità delle posizioni del corpo nello Yoga

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Sthiram: la stabilità delle posizioni del corpo

Dopo una corretta tecnica respiratoria di base (vedi link qui), la stabilità delle posizioni del corpo è una delle più importanti condizioni essenziali da sviluppare per una pratica efficace – e sicura – dello Yoga. In molti suoi asana (le posizioni dell’Hatha-Yoga) sono infatti richiesti forza e radicamento, entrambe espressioni dell’attivazione isometrica della muscolatura, ovvero il mantenimento dell’attivazione muscolare statica nella posizione che si sta praticando. Questo principio base resta valido anche negli Yoga più “dinamici”, dove essere stabili e radicati è basilare per lo spostamento controllato del baricentro, a sua volta necessario per le transizioni da una posizione all’altra tipiche di questi stili. In tale maniera il corpo lavorerà veramente come un tutt’uno, sarà minore la fatica e il rischio di traumi per i singoli distretti muscolari e – cosa forse ancora più importante – sarà maggiore la concentrazione della mente, impegnata nel monitoraggio dell’attivazione del corpo nella sua interezza. Sthiram è il termine sanscrito che esprime questo fondamentale concetto della pratica dello Yoga: la stabilità della posizione.

La stabilità e il radicamento della mente nel corpo

Tale stabilità dell’assetto corporeo si rifletterà sulla stabilità interiore, consentendo il disimpegno della mente dai suoi consueti veleggi, altresì comuni quando si pratica in maniera distratta, “pigra”. L’impegno nella pratica consentirà inoltre di essere più efficaci nell’esecuzione stessa delle sequenze dove è richiesto il mantenimento della posizione per un più respiri. Sarà infatti più facile rimanere focalizzati su quello che si sta facendo: ovvero sentire e guidare finemente il corpo. Da un punto di vista pratico sarà importante conoscere i corretti allineamenti del corpo richiesti dalle posizioni; portare un piede più a destra o a sinistra può fare la differenza tra il tenere un asana o il non riuscirci. Più importante ancora sarà tuttavia la sensazione di sentire il proprio corpo tonico e fermo – stabile appunto -, con i muscoli attivi, ma senza rigidità. La sensazione deve essere quella di avere i muscoli di tutto il corpo tonici, impegnati, senza tensioni. Il viso sarà sempre rilassato: ricordarsi di monitorare le espressioni di fatica o di semplice corruccio interiore… è un utilissimo esercizio anche fuori dalla sala di pratica!

Una buona regola base

Nelle posizioni attive del corpo è importante che la base sia solida, ovvero che i muscoli impegnati nel tenere in corpo nella posizione siano mantenuti consapevolmente attivi.

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Nelle posizioni in piedi, ad esempio, le gambe saranno stabili e toniche. All’inizio è facile focalizzarsi sulla parte che ad esempio si deve elevare, “dimenticandosi” così della parte del corpo che sostiene, ovvero le gambe. Il risultato? Si è instabili! Nelle posizioni in piedi si barcolla facilmente e non si è in grado di transitare efficacemente da una forma all’altra. E aumenta il rischio di annoiarsi se si deve risiedere nella forma per qualche respiro… perché la mente sarà disimpegnata. E una mente disimpegnata o va a passeggio o si annoia.

Nelle posizioni sul fianco saranno mantenuti attivi i muscoli del lato del corpo che funge da base.

Con la base “radicata” sarà allora possibile allungarsi e dispiegare il corpo verso l’alto, sentendo che l’assetto forte della base supporta, sorregge, energizza, il resto del corpo che si protende verso l’alto. E’ non si tratta di una “suggestione”: è ciò che accade realmente quando vengono coinvolte tutte le catene muscolari del corpo. Nella seconda posizione illustrata (Vashisthasana), ad esempio, la spinta attiva della mano destra a terra consente l’apertura delle spalle e l’allungamento del braccio sinistro verso l’alto. La sensazione sarà di energia e stabilità, vi sarà un minore sforzo muscolare delle spalle e le articolazioni saranno protette. Questa regola vale per tutte le posizioni del corpo tranne, naturalmente, quelle poche in cui è richiesto di lasciarsi andare completamente.

Lo Yoga si pratica a piedi nudi

Tale indicazione non è di carattere dottrinale. Non si pratica scalzi per imitare una cultura che non ci appartiene, ma per una serie di ragioni tecnico-esperienziali importanti. Il piede è naturalmente, evolutivamente, conformato per sostenerci; la sua struttura scheletrica ha bisogno di spazio, uno spazio e una possibilità di espansione articolare che le scarpe e gli elastici dei calzini in varia misura riducono. Un piede nudo a terra è come una mano aperta, offrirà una superficie di contatto col suolo maggiore, oltre a molti più segnali di ritorno per il mantenimento dell’equilibrio. Tra questi molto importanti sono i segnali somatosensoriali, esclusivi della pelle della pianta a contatto col suolo: basta un millimetro di calzino per perderli. Questo contatto diretto, “adesivo”, è quello che più di tutti trasmette la sensazione di radicamento, di essere stabili sul posto, “coi piedi per terra”. Superfluo poi citare il fatto che, banalmente, moltissime posizioni dello Yoga non possono essere tenute se non si hanno le articolazioni dei piedi e delle caviglie completamente libere. Analogo discorso per i tappetini: non sono necessariamente un “accessorio” su cui risparmiare, ma uno strumento di pratica, che deve essere adeguato. Il giusto tappetino (non scivoloso e stabile senza essere duro le due caratteristiche fondamentali) può cambiare completamente l’esperienza della propria pratica. Poi certo: se risiediamo in una grotta per illuminarci anche della paglia può andare bene… ma sinceramente, è il tuo caso?

Nei prossimi articoli della serie tecnica vedremo come sviluppare progressivamente ed efficacemente la consapevolezza durante la pratica delle posizioni dello Yoga (Yogasana).

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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