Premessa
Una premessa fondamentale: per comprendere correttamente ciò di cui vi parlerò in questo articolo bisogna contestualizzare. Le pratiche dialogiche di seguito riportate e problematizzate non sono da intendersi come “problematiche” in senso assoluto, dato che si tratta di normali e comuni modalità di esprimere le proprie idee e il proprio mondo interiore durante le varie interazioni quotidiane. I problemi – anche seri, vedi il tema delle relazioni cronicamente conflittuali – iniziano quando:
- Il loro uso è sistematico ed eccessivo.
- Vengono usate quando qualcuno si rivolge a noi per raccontarci un suo problema o comunque qualcosa di personale.
Un esempio credo chiaro da comprendere è quello dell’ennesima osservazione critica: se l’interlocutore, per una ragione o per l’altra, fatica ad accogliere le critiche – o le riceve sistematicamente – ecco che i problemi inizieranno a sorgere. Le modalità di espressione descritte saranno quindi da intendersi come potenziali aree critiche nella comunicazione, da gestire quindi con opportuna consapevolezza. Con questo spirito verrà quindi presentata l’analisi di 12 modi di porsi che possono divenire vere e proprie barriere nelle nostre relazioni.
L’obiettivo del focus
L’obiettivo del presente focus è quello duplice di:
- Primariamente divenire consapevoli delle modalità espressive che, se abusate o usate nel contesto sbagliato, possono trasformarsi in vere e proprie barriere alla comunicazione.
- Secondariamente divenire consapevoli delle nostre “ombre”, ovvero sia di come – e se facciamo un lavoro interiore, perché – certe modalità comunicative suscitino in noi tensione, rabbia, chiusura. In questo caso abbiamo la possibilità di identificare le nostre ombre, ciò che neghiamo di noi stessi e magari proiettiamo sul nostro prossimo per salvaguardare la nostra autorappresentazione. Al riguardo si possono trovare svariati riferimenti al discorso in molti degli articoli precedenti. In questo approfondimento ci focalizzeremo però sul primo obiettivo.
Scopriamo ora le 12 barriere alla relazione.
Le 12 barriere alla relazione
Una volta di più si ricorda che le seguenti modalità comunicative possono essere comuni, normali e, talvolta, opportune. La consapevolezza si manifesterà nella capacità di non abusarne o di evitarle del tutto in base al contesto e alla persona a cui ci si sta rivolgendo.
1 - ESSERE DIRETTIVI, DARE ORDINI
“finiscila di piangerti addosso!”
Comunica mancanza di accettazione profonda dello stato interiore dell’interlocutore, scarsa stima nei confronti dell’Altro. Può risultare accusatorio attivando resistenza, sfida, rabbia. Talvolta alcune persone hanno bisogno di essere “scosse”, ma siamo certi di essere le persone giuste per “scuotere” il nostro interlocutore? Alle volte un sano ascolto silenzioso, presente, è meno dannoso di tante avventate interazioni, magari aggressive come quella riportata. Va da sé come uno stile comunicativo autoritario (vedi qui), sia sempre da evitare… a meno che non si sia comandanti di un reggimento militare, ovviamente. Si tratta di un modo comune di esprimersi dei genitori, abituati a comandare e orientare i propri figli da piccoli… e i figli, si sa, restano tali anche a 50 anni.
2 -MINACCIARE, AMMONIRE
“in questa maniera non risolverai mai i tuoi problemi…”, “se non la smetti di lamentarti continuamente finirai con…”
Anche in questo caso si comunica mancanza di accettazione e volontà di ascolto dell’interlocutore; può inoltre alimentare paura e sottomissione. Può portare l’eventuale interlocutore in difficoltà (ad esempio psicologica) a cercare di “sondare” autodistruttivamente le conseguenze predette, per sfida o “vendetta” (la figlia che alla fine realizza la profezia distruttiva della madre “finirai col trovarti un partner tossico!”). Può suscitare quindi rabbia, profondo risentimento e, quindi, disaffezione.
3 - PREDICARE, MORALEGGIARE
“la pazienza è una virtù che dovresti coltivare…”, “la vita va così, non possiamo che accettarla…”
Superfluo dirlo, si tratta di una modalità comunicativa molto comune nel mondo spirituale o della filosofia applicata (o della psicologia applicata male!). Uno “spunto di vita” può aiutare: se diviene l’unico strumento che usiamo quando qualcuno in difficoltà si apre con noi… potremmo trovarci col non sortire l’effetto auspicato. Tale modalità comunicativa può infatti generare sensi di colpa o di inferiorità (come se si volesse dimostrare di essere “più saggi” dell’interlocutore che a noi si sta rivolgendo in un momento di bisogno) e, di conseguenza, chiusura, sfida, disaffezione. Ancora una volta un ascolto silenzioso può essere d’oro… per poi magari rimandare “la pillola di saggezza” ad un altro momento, magari sottotraccia mentre si sta parlando d’altro o – più umilmente – ci si riferisce a se stessi. Il messaggio, se valido, arriverà con più dolcezza.
4 - CONSIGLIARE, OFFRIRE SOLUZIONI
“io farei così…”, “secondo me…”
Tale modalità comunicativa può da una parte suggerire un senso di “inettitudine” nell’interlocutore, dall’altra letteralmente abituare l’altra persona a non usare le sue capacità di analisi e ragionamento, cercare soluzioni e verificarle. Dipendenza e resistenze sono le tipiche risposte che si possono generare. Meglio allora invitare la persona, magari attraverso una domanda aperta tipo “ma tu cosa ne pensi di questo problema che mi hai raccontato?”, a cercare da sé le soluzioni ai suoi propri problemi. Come sempre tenere ben a mente quanto scritto e sottolineato nella premessa. Ovviamente, se non siamo psicoterapeuti o counsellor professionisti durante una sessione, se una persona ci chiede qualcosa… potrebbe essere giusto e “normale” rispondere! Flessibilità, consapevolezza, ascolto restano le chiavi fondamentali.
5 - POLEMIZZARE, PONTIFICARE, CERCARE DI PERSUADERE
“qui ti sbagli…”, “il punto è un altro…”, “no, ma è come ti dico io…”
Discussioni infinite, polemiche sul niente che non si capisce neppure da dove siano nate, relazioni che si deteriorano per differenze nell’uso di un singolo concetto o vocabolo… chiediamoci: ha senso? Eppure si tratta del quotidiano. Quando si ha un ego un po’ straripante e bisogno di affermarsi, gli argomenti “scottano” o sono palesemente imbevuti di ideologia (che spesso è una componente della propria identità, da difendere quindi a tutti i costi), questa modalità comunicativa può divenire veramente disarmante e suscitare chiusura; l’ascolto si interrompe, la tensione sale insieme a disaffezione e antipatia. Se si è molto abili dialetticamente si può generare senso di inferiorità e inadeguatezza, quindi ancora frustrazione, rabbia, allontanamento.
6 - GIUDICARE, CRITICARE, CONDANNARE
“è colpa tua se le cose vanno così!”, “sei pigra!”
Nessuno vuole sentirsi giudicato. Perché quindi giudicare il prossimo? Chi siamo noi per giudicare? L’esercizio del non giudicare è uno dei capisaldi dello Yoga. Ricordiamo una volta di più il distinguo fondamentale: comprendere non è giudicare. Comprendere aiuta a fare o dire “la cosa giusta” (o meno sbagliata per quel che può valere), mentre il giudizio condanna, distrugge, divide definitivamente. Esattamente il contrario della parola “Yoga”, da “giogo”… qualcosa che lega, che unisce. Il giudizio pone tacitamente l’interlocutore in condizione di inferiorità (e qui ricordiamo il tema delle “ombre” che agiscono al posto nostro ribaltando… ribaltamento passivo-attivo, morso dello zombi o del vampiro… in clinica sono molti i modi e le sfumature per descrivere questo disfunzionalissimo modo di comunicare, alla base di una vasta gamma di traumi nell’infanzia e non solo). Genera rabbia fino all’odio, contrapposizione, oppure può distruggere l’autostima di una persona anche “solo” in una certa area della propria vita.
7 - ELOGIARE, ASSECONDARE
“ma sì, hai fatto bene…”, “anche se non ti conosco mi sento di poterti dire che sei veramente una persona speciale”
Ancora una volta si invita a tenere bene a mente la premessa; non sono certo i riconoscimenti o i complimenti il problema, quanto il loro possibile uso manipolativo, che può generare dipendenza, aspettativa ansiogena di successive nuove “valutazioni” e non sempre utile “rinforzo positivo” di un certo comportamento (che magari non è opportuno ma che viene elogiato solo ai fini di accattivarsi l’interlocutore).
8 - RIDICOLIZZARE
“quante scene! E suvvia, neppure fossi un bambinetto delle elementari…”
Superfluo forse, ma prendere in giro il nostro prossimo non è una buona idea… alle volte, vuoi per carattere, confidenza, circostanza, scappa: se ci si rende conto di aver oltraggiato in qualsiasi maniera la sensibilità dell’interlocutore la soluzione è quella di scusarsi e non ripetersi. Anche l’autoironia può essere usata per stemperare un contesto goliardico sfuggito un po’ di mano. Questa modalità di porsi può essere estremamente dannosa per una relazione, qualunque essa sia: lavorativa, sentimentale, amicale… può infatti intaccare l’autostima della persona e generare sofferenza, rabbia, disaffezione, ancor più se usata magari con una persona in difficoltà.
9 - ANALIZZARE, DIAGNOSTICARE
“quello che tu realmente intendi dicendo così…”, “mi sembra tu stia soltanto tentando di giustificarti…”
Naturalmente il riferimento non va ai professionisti del settore a cui ci si rivolge per comprendersi meglio e lavorare su di sé. In tutti gli altri casi, improvvisarsi o esprimersi sempre da “psicoanalisti” può generare difese e frustrazione, intimidire e, infine, allontanare. Non tutti amano “essere letti” – magari anche in maniera corretta – dal primo che passa… o dai propri cari con i quali si convive.
10 - RASSICURARE, CONSOLARE
“vedrai che andrà tutto bene…”
Sempre e comunque tenere bene a mente le premesse. Come modalità disfunzionale di porsi, rassicurare o consolare può far sentire l’interlocutore incompreso, i suoi eventuali problemi sminuiti. Ciò può generare ostilità immediata e sfiducia (“facile per te parlare! Ma che ne sai?!” oppure “ma non mi frega nulla che ci sei passato anche tu!! Io ho il mio di problema ora!”). Peggio che mai se si sta tentando di rassicurare qualcuno con magari un serio problema, come salute o crisi relazionale.
11 - INTERROGARE, INQUISIRE
“perché… chi è stato… cosa fai…?”
Il sentirsi porre domande inquisitorie può intimidire, mettere sulla difensiva, fare chiudere o, peggio ancora, far montare la rabbia. Se non si è un tutore delle forze dell’ordine durante un’indagine, forse è meglio contenere il più possibile i toni inquisitori. Per alcune persone è un modo normale di esprimersi e ciò può creare parecchi conflitti; ad esempio, nella Comunicazione Non Violenta (CNV di Marshal Rosemberg) si invita apertamente ad evitare questa modalità di esprimersi, piuttosto focalizzandosi sul cercare di comprendere le altrui posizioni e chiarire apertamente i propri stati interiori (ad esempio in un contesto di sfiducia relazionale o professionale).
12 - EVADERE DAL DISCORSO
“dai parliamo d’altro che è meglio…”
Cambiare discorso, improvvisamente o con frasi di circostanza, usare del sarcasmo o dell’ironia per sdrammatizzare, chiudersi fisicamente ad esempio incrociando le braccia e guardando altrove, sono tutte modalità comunicative che bloccano l’Altro dall’esprimere se stesso/a e i propri problemi. L’interlocutore può così finire col sentirsi allontanato e sminuito, tutte esperienze che generano sfiducia, disaffezione e antipatia.
L’esercizio della Consapevolezza non ha mai fine
Tutti noi – senza eccezioni – usiamo normalmente tali modalità comunicative, magari con i migliori propositi, ad esempio per supportare un conoscente in difficoltà o cercare di gestire una persona dal carattere difficile o ancora per riempire uno spazio in cui non sappiamo bene cosa dire. Tutto ciò è normale. Tuttavia è fondamentale ricordarsi che – a meno che non si sia un essere perfettamente illuminato in grado di vedere oltre i confini delle umane possibilità – è sempre bene rispettare attraverso l’ascolto il proprio interlocutore, con particolare attenzione alle modalità espressive sopra descritte. Se poi magari non si ha nulla da dire, beh, forse e meglio proprio non dire nulla. Alle volte anche solo la presenza, o un abbraccio o uno sguardo di sincera comprensione possono aiutare lì dove serve, senza violare la sensibilità di chi magari a noi si sta rivolgendo per una condivisione o per avere supporto.
Come sempre l’esercizio della consapevolezza non ha mai fine.
E la spontaneità?
Attenzione! Non si tratta di abbandonare la propria sacrosanta, sana e fondamentale spontaneità, bensì di moderarla, di ponderarla in base al contesto e alla persona con cui si sta interloquendo. Agire e non re-agire. L’impulsività, anche nell’esprimersi, è una forma di reazione: si sente un impulso e immediatamente si dice la prima cosa che passa per la testa… per poi magari “stupirsi” se improvvisamente il proprio interlocutore, in luogo di accogliere la buona disposizione, simpatica battuta o consiglio spassionato che sia, si chiude a riccio o inizia a manifestare “inspiegabile” nervosismo.
Post Scriptum
Diamo per scontato che, in caso di plateale “inciampo”, resti sempre utile… scusarsi. Sinceramente. Un bellissimo esercizio in controtendenza alle attuali spinte culturali che invitano all’arroganza e all’autoreferenzialità come valori di riferimento. Gli esiti di questa cultura, a livello planetario, sono sotto gli occhi di tutti. Possiamo fare di meglio, non ci resta che iniziare.








