Duckha: ciò che è difficile da sopportare
Le forze trainanti la nostra esistenza e la nostra esperienza interiore sono immense. Quando tutto va bene sembra di avere la vita in pugno; i problemi iniziano quando inevitabilmente incontriamo ciò che gli antichi abitanti dell’India chiamavano in sanscrito Duhkha, la sofferenza, letteralmente “difficile da sopportare”. Che si tratti di sofferenza dovuta a problemi relazionali, malattia o perdita dei propri affetti, prima o poi tutti noi ci passiamo. Questa è la quota di sofferenza che possiamo definire “inevitabile”, contrapposta a quella “evitabile”, ovvero quella che autogeneriamo con il nostro pensiero, con la nostra mente. Secondo gli insegnamenti tradizionali, portando il riferimento ad un livello più profondo, la causa originaria è Avidya (vedi articolo sui Klesha, qui), ovvero “l’ignoranza”, qui intesa come l’identificazione con la propria piccola e impermanente identità egoica (Ahamkara, Asmita), fatta delle proprie storie con i propri alti e bassi di gioie e dolori, potremmo anche dire del proprio karma. Solo l’identificazione col proprio Vero Sé (Purusha) può liberare dalla sofferenza, paura della morte compresa.
Torniamo all’esperienza comune
L’esperienza comune ci vede costantemente trainati verso il basso o verso l’alto dai venti della vita: quando gli accadimenti ci portano verso gli stati inferiori è come se si venisse letteralmente attratti dalla condizione negativa, lo stesso per gli stati positivi. In entrambi i casi la nostra mente tenderà a “filtrare” (attraverso l’attenzione e la memoria) le esperienze che vanno nella direzione opposta allo stato del momento. Quando si è depressi, ad esempio, tutto l’organismo e la mente sono come trainati verso il basso: ci si sente senza energie e senza volontà, sembra che tutto vada per il verso sbagliato. Al contrario, quando si è sereni, per un po’ sembra che non esistano limiti alla voglia di fare e di esserci e che nulla sia realmente un peso nella propria esperienza di vita.
Contenere la tendenza a lasciarsi trainare da questi venti altalenanti è possibile: attraverso la consapevolezza della transitorietà degli stati interiori così come degli eventi della vita e, soprattutto, la messa in discussione delle “assolute verità” che ci suggerisce la nostra mente durante le sue altalene. Come abbiamo visto in precedenti approfondimenti, talvolta è davvero così: “la mente mente”.
Sentire le emozioni
Lasciarsi trainare dalle spinte alla passività (o distruttività) delle esperienze negative non fa che rinforzare l’esperienza negativa, stabilizzandola nel tempo. In tal maniera si cronicizzano le depressioni, ad esempio.
Nota: si ricordi che i fattori genetici e quelli ambientali sono ugualmente significativi ai fini dell’esperienza di vita. Quello che si può fare fare, a prescindere dalla disposizione biologica individuale, è applicarsi per diminuire i fattori di rischio e aumentare i fattori di protezione, ovvero agire sulle variabili cosiddette “ambientali” (dall’alimentazione allo stile di vita e di pensiero) al fine – nell’esempio – di diminuire la tendenza alla depressione.
Quindi dovrei impormi di essere sempre felice e negare la sofferenza?
No, nella maniera più assoluta. Vivere pienamente, nel proprio tempo, le emozioni sedimentate nel proprio essere è fondamentale. Si pensi alle emozioni per quello che sono: una forma di energia. E come tutte le forme di energia, quando si accumulano… hanno bisogno di sfogo. Si pensi al piacere sessuale. Lo stesso vale per qualsiasi altra intensa esperienza dell’animo umano, compresa la sofferenza interiore. Alle volte nulla è più utile di un pianto profondo per liberare il dolore.
Le due vie della sofferenza
La sofferenza interiore non pienamente vissuta e metabolizzata può prendere due strade: una è quella diretta verso se stessi che porta alla depressione, l’altra è quella eterodiretta che porta verso la rabbia e l’aggressività. Una importante sofferenza interiore non vissuta pienamente o del tutto negata potrà infatti trasformarsi nel più temuto e subdolo dei veleni dell’animo. Senza neppure rendersene conto si inizierà a divenire pungenti, caustici quando non del tutto scontrosi o rabbiosi (vedi qui). Il nostro prossimo verrà facilmente vissuto come una potenziale minaccia; perché il nostro essere più profondo è ferito, ha bisogno di difendersi… è comprensibilmente diffidente e ha scelto di contrattaccare chiunque non si avvicini nella maniera “giusta”. Si pensi ad un qualsiasi animale ferito e braccato. Non siamo diversi.
E se tutto sta andando a meraviglia?
Nella vita non esiste stato superiore a cui non segua uno inferiore (e viceversa, per fortuna!): impermanenza e ciclicità. Gli opposti seguono facilmente, così che all’idealizzazione iniziale segue la svalutazione, per un facile esempio nell’esperienza comune, dall’amore al lavoro.
Contenere la tendenza a lasciarsi trainare da questi venti altalenanti è possibile: attraverso la consapevolezza della transitorietà degli stati interiori così come degli eventi della vita e, soprattutto, la messa in discussione delle “assolute verità” che ci suggerisce la nostra mente durante le sue altalene [sì, l’ho già scritto sopra: ma vorrei che questo passaggio fosse ben compreso e ricordato]. Un’altra cosa da curare è il mantenimento di un cuore genuinamente aperto, purificandolo costantemente dai veleni che si accumulano nel quotidiano vivere. A tal fine ci tornano utili pratiche come la meditazione sullo Spazio del Cuore, lo Yoga della Risata, la pratica di Nada Yoga, Kirtan e Bhajan (pratiche basate rispettivamente su suono, mantra e canto devozionale). Ma di questo parleremo in un approfondimento dedicato più avanti.
Vibrazioni o proiezioni?
La psicodinamica della negazione della propria sofferenza, delle proprie ferite interiori, si può estendere fino alla genesi della vera e propria paranoia, come risultato della proiezione delle proprie ombre (qui) all’esterno. Le “brutte persone”, i “cattivi”, i “nemici”, chi “trama contro di noi”, chi “ci vuole male”, sono sempre là fuori… magari identificati in chi ha caratteristiche diverse da quelle del proprio gruppo, ovviamente costituito dai buoni, santi e luminosi rappresentanti delle Forze del Bene.
Risuona vero? D’altra parte si tratta di nozioni che sono ogni giorno “sapientemente” applicate per guidare le masse umane verso la direzione più gradita al proprio gruppo di potere.
La dinamica di base è la stessa che ritroviamo nell’identificazione del “capro espiatorio”, ovvero la vittima designata ad espiare le “colpe”, del singolo o della collettività che sia, al fine di mantenere il buon ordine e il giusto funzionamento, intrapsichico individuale o della comunità che sia: una persona o un gruppo sociale vengono presi di mira perché sono diversi, anche solo per qualche dettaglio nell’aspetto o nel comportamento divergente dalle aspettative del proprio gruppo di riferimento (o della propria psiche). La natura dei gruppi umani ha bisogno di omologazione e conferme.
Se in una stanza l’unica persona che non sorride calorosamente è Ginetta, con ogni probabilità sarà valutata male, come ombrosa, antipatica, scontrosa ecc. Una brutta persona, certo. Quando magari Ginetta è in realtà la persona più sensibile e fragile del gruppo; per questa sua natura è stata bullizzata e ghettizzata fin dall’infanzia. E ora ha paura e si difende come può. Esattamente come fa la persona tagliente e aggressiva. Cercano, ciascuna a proprio modo, di salvarsi.
Da qui l’importanza del non giudicare propria del percorso dello Yoga.
La via della misura
La via di mezzo suggerita dallo Yoga consiste proprio nel cercare di contenere le tendenze interiori. Con la consapevolezza che se si è tristi sarò utile impegnarsi di attivarsi, fare, coinvolgersi nella vita, guardarsi intorno attivamente (prossimamente parleremo del ruolo dell’attenzione nella meditazione e nella salute interiore); se si è euforici per qualche lieto evento, una saggia attitudine è quella di non trastullarsi nell’euforia, non coltivarla ad esempio con la fantasia e le proiezioni mentali, rimanere sobri e presenti.
– “Ah facile a dirsi! Io non ci riesco proprio… ma cosa vuoi cambiare, chi è tondo non muore quadrato” “senza passione che vita sarebbe!” ecc
Questa è proprio l’attitudine che cristallizza nello stato in cui si risiede. Le promesse di soluzioni facili o felicità eterne nella vita non portano molto lontano: sono illusioni, tra le tante. Lo Yoga sottolinea l’importanza dell’impegno e della costanza (abhyasa): senza di questi è impossibile cambiare lo status quo delle cose. Uscire dalla propria comfort-zone, entro la quale ci siamo volenti o nolenti adattati, è faticoso. E richiede impegno e forza di volontà. Ma i risultati sono inevitabili e sicuri, come d’altra parte per ogni aspetto dell’esistenza in cui decidiamo di impegnarci, dal curare il corpo, alla professionalità… piuttosto che vivere meglio come essere umani, tra le altalene della vita.
Nella seconda parte dell’articolo esploreremo il significato dello sforzo, dell’impegno e, soprattutto, vedremo i suoi ostacoli e come coltivare “nella giusta maniera” questa fondamentale attitudine per vivere nella maniera migliore possibile il tempo che ci è dato del mistero cosmico che è la nostra vita.
Buoni spunti.








