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Le altalene della vita: la via della misura – Parte 2

sforzo e ascolto di se
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Tabella dei Contenuti

Il delicato equilibrio tra sforzo e ascolto di sé

Torniamo a parlare della “via della misura” partendo da una premessa che prende spunto dal mondo del lavoro: nella nostra cultura domina l’incessante ricerca della realizzazione personale attraverso la prestazione a tutti i costi. Chi vi scrive vive a Milano, città emblematica in tal senso; dichiarare di lavorare dodici ore al giorno è spesso motivo di grande orgoglio nella rappresentazione collettiva. Ed è così che, soprattutto per chi segue percorsi che invitano a rallentare e orientare il proprio sguardo verso l’Essere in luogo dell’avere o dell’apparire, spesso ci si ritrova ad oscillare in conflitto tra due poli apparentemente opposti: da una parte il mantenimento di un alto livello di impegno nel proprio lavoro e dall’altro la necessità di ascoltare i segnali del proprio corpo e del proprio mondo interiore. Da un lato, la cultura moderna che molti di noi hanno interiorizzato come “l’unico giusto modo di fare le cose”, ci spinge verso l’ultra efficienza, il sacrificio a tutti i costi e il raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi. Dall’altro, una mai troppo ascoltata antica voce interiore ci ricorda l’importanza di prenderci cura di noi stessi, di rispettare i nostri limiti e di concederci il riposo di cui abbiamo bisogno: per rigenerarci, guarire, tornare nel nostro centro, capire chi siamo e dove vogliamo veramente andare. Tralascio la parte in cui vi dico che “per fortuna i tempi stanno cambiando, come dimostrerebbero certe tendenze che ogni tanto fanno capolino nei media, quelle che antepongono il prefisso “slow-” a tutto: la realtà è che a parte una breve parentesi culturale post-covid, oggi è più che mai tornato in auge un approccio reazionario al mondo del lavoro, fatto di meno diritti, valorizzazione della quantità – tacendo sulla qualità – del tempo speso sul posto di lavoro ecc ecc, tutto a dispetto della mole di ricerche che da almeno un decennio dimostrano come uno dei fattori fondamentali per la resa di una qualsiasi attività lavorativa sia il benessere dei lavoratori e la possibilità per gli stessi di investire risorse anche nella propria vita personale… e non solo nel lavoro.

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

Una risposta facile potrebbe essere “dipende dal lavoro”: se il proprio lavoro motiva e appassiona, anche “vivere per lavorare” potrebbe andare bene, o almeno così si potrebbe pensare. Tuttavia il discorso è in realtà più complesso. La nostra psiche, quando è entusiasta per qualcosa, tende a buttarsi a capofitto (“a investire”) in ciò che la fa star bene, le offre una ricompensa… se il proprio mestiere piace e appaga, col tempo ci si potrebbe trovare letteralmente risucchiati dal proprio impegno sul lavoro, finendo così per trascurare o mal gestire tante cose che non andrebbero affatto trascurate o mal gestite, oltre ad aumentare progressivamente il proprio grado di (dis)stress senza neppure rendersene conto. Il risultato è insomma potenzialmente lo stesso di chi vive il lavoro come tedioso obbligo quotidiano con le sue infinite ore di straordinari e problemi che tornano in testa magari proprio quando si vuole andare a dormire. Che si sia neurochirurghi ricercatori o impiegati in un ufficio, il tema resta lo stesso. L’approdo al proprio equilibrio non è quindi affatto scontato e molti iniziano a rendersene conto magari dopo una brutta crisi causata da qualcosa che è andato storto dopo aver passato decenni della propria vita a inseguire mulini a vento socialmente indotti (successo, ricchezza, beni, riconoscimenti sociali…) o sfuggenti ombre al fine di appagare misconosciuti fantasmi dal proprio passato (il riconoscimento genitoriale, la sofferenza per i giudizi e le critiche costanti ricevute, la paura di dire di no ecc). D’altra parte, il primo livello della “liberazione” parte proprio da qui, ovvero dal liberarsi dai condizionamenti che rovinano la vita a se stessi e, talvolta, al proprio prossimo.

Si pensi ad un veicolo: con tutta la buona volontà e indipendentemente dalla qualità dello stesso, se la benzina finisce il veicolo smetterà di funzionare. Se non si cura la traiettoria e la velocità mentre si guida prima o poi si finirà fuori strada.

Cosa succede se…?

– “Si ok, ma io devo assolutamente esserci alla riunione di domani… e poi chi li porta i figli in palestra il mercoledì? E chi cucina?”

Certo, se dobbiamo operare d’urgenza un paziente… quello sarà da fare. Ma siamo proprio sicuri che tutti gli impegni che abbiamo corrispondano al bisogno di operare d’urgenza un paziente?
Una domanda che suggerisco sempre di porsi quando ci si sente esausti e messi alle strette dagli impegni della vita è:

Cosa succede se…? E poi? E poi?…

E via di seguito registrando le risposte che si ottengono. Queste domande sono molto utili per osservare e destrutturare le proprie assunzioni interiori, osservare i propri schemi mentali e perfino i “nodi” della propria vita o delle proprie relazioni. Per un esempio: se scopro di aver “paura” di chiedere al partner di farmi un favore (esempio cucinare ecc), forse potrebbe essere giunto il momento di iniziare a riflettere sulla questione. Ho paura che mi lascerà? Che non mi amerà più? In tal caso è veramente possibile che la mia relazione abbia queste basi? O forse sono solo timori da condizionamenti disfunzionali acquisiti? Prassi e abitudini che, pur nella loro problematicità, costituiscono la nostra “normalità”.

La storia di Paolina

Paolina ha la “convinzione patogena” inconscia che per essere degna di essere amata deve essere servile – unilateralmente beninteso – nei confronti del proprio partner… convinzione patogena che potrebbe anche averla portata a scegliere come compagno di vita proprio Marcuzio. Paolina fa il classico “doppio turno”: torna dallo stesso numero di ore di lavoro di Marcuzio, ma poi lei cucina, lava i piatti, porta il figlio in palestra il mercoledì e alla fine prepara pure il letto per la notte. Va bene così o forse è il caso di parlarne? Solo per un esempio banale tra i tantissimi che si potrebbero fare.

E se salto la riunione di domani dato che ho la febbre? Davvero fallirà l’azienda? Davvero mi licenzieranno? Davvero perderò la stima dei miei colleghi o del mio capo o dei miei dipendenti?

Scegliete voi i vostri timori profondi preferiti. Difficilmente verranno date risposte affermative alle presenti domande.

Nota: almeno se si riesce ad essere un minimo razionali, quale dovrebbe essere il nostro obiettivo; dobbiamo tuttavia tener conto del fatto che le emozioni possono ampiamente distorcere la ragione, vedi qui.

L’assunzione alla base di quanto fin qui argomentato è che fino al momento presente ci si sia impegnati. E questo ci porta direttamente al punto successivo della nostra esposizione.

L'importanza dell'impegno costante

La presente articolazione non vuole infatti essere un discutibile elogio del disimpegno. Al contrario, l’impegno costante, o Abhyasa nella tradizione dello Yoga, è la forza motrice che ci permette di superare gli ostacoli, di coltivare abitudini positive e di realizzare il nostro potenziale qualsiasi cosa facciamo. È la costanza nella pratica, la perseveranza nel perseguire i nostri obiettivi, la disciplina che ci consente di trasformare le intenzioni in risultati concreti. Nel linguaggio classico della tradizione indiana, la condizione che ci permette di realizzare il nostro Dharma, il nostro ruolo nella Manifestazione, nel mondo. Qualunque esso sia.

Tuttavia, l’impegno senza consapevolezza di sé può facilmente trasformarsi in eccesso, in una spinta cieca che ignora i segnali di stanchezza e squilibrio. In questo modo, rischiamo di compromettere la nostra salute fisica e mentale, con tutti i problemi che ciò si porta dietro, oltre appunto al rischiare di perdere la via.

Ossessionarsi non fa mai bene.

L'ascolto di sé

L’ascolto di sé qui inteso consiste nella capacità di sintonizzarci con i nostri bisogni, di riconoscere i nostri limiti e di rispettare i nostri ritmi. È la consapevolezza delle nostre emozioni, delle nostre sensazioni fisiche, dei nostri pensieri: il nostro “saggio interiore”, se lo ascoltiamo, ha sempre qualche suggerimento utile da darci.

Ascoltare noi stessi significa essere presenti (il suo opposto è l’essere ciecamente proiettati nel fare), osservare senza giudizio ciò che accade dentro di noi e intorno a noi per agire nella maniera più opportuna. Il che potrebbe tradursi anche nel concederci il riposo necessario, quando ne abbiamo bisogno, senza sensi di colpa o ansie inutili (vedi l’articolo sul controllo, qui). Il vero equilibrio tra impegno e ascolto di sé non è un punto statico, ma un processo dinamico e in continua evoluzione. Richiede flessibilità, adattabilità e una buona dose di consapevolezza e intuizione. A volte, sarà necessario spingerci un po’ oltre i nostri limiti, per superare una sfida o per raggiungere un obiettivo che ci siamo prefissati. Altre volte sarà fondamentale rallentare, prenderci una pausa e ricaricare le energie.

Suggerimenti

• Praticare la consapevolezza: dedicare alcuni momenti ogni giorno alla pratica dello Yoga, della meditazione o ad altre pratiche che aiutino a entrare in contatto col proprio mondo interiore; ricordarsi tutti i giorni di fermarsi ogni tanto ad osservare con consapevolezza ciò che si sta facendo, vedendo, pensando ecc può essere più efficace che praticare tre ore la settimana una lunga sequenza di asana guardandosi allo specchio.
• Ascoltare il proprio corpo: prestare attenzione ai segnali di stanchezza, dolore o disagio, e concedersi il riposo necessario quando possibile o necessario. La salute è una.
• Gestire l’eccesso di stress: trovare attività che aiutino a rilassarsi e a ridurre lo stress, come trascorrere del tempo nella natura, ascoltare la giusta musica o praticare attività creative.
• Stabilire limiti: imparare a dire “no” quando necessario e non aver paura di delegare o chiedere aiuto.
• Coltivare la gentilezza e la pazienza: essere gentili e pazienti con se stessi, ricordando che il percorso verso l’equilibrio è un viaggio, non una destinazione (pensa alle posizioni di equilibrio dello Yoga: l’equilibrio è il frutto di un impegno costante e dinamico, non un punto statico di arrivo come sembra superficialmente. Ciò vale sia per il corpo, sia per la propria dimensione interiore).

L’equilibrio tra impegno e ascolto di sé è la chiave per una vita piena, soddisfacente e in armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda. Per la realizzazione del nostro Dharma.

Ogni momento è buono per rinascere… con maggiore consapevolezza.

Buoni spunti e buona pratica.

Author
Immagine di Angelo Bertuccio
Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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