Ostacoli esterni ed interni alla pratica dello yoga

Ostacoli esterni ed interni alla pratica dello yoga

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Ostacoli esterni ed interni alla pratica dello Yoga

...e ad una vita serena
Un focus in 3 punti

Noi esseri umani, sebbene amiamo discorrere di libero arbitrio e individualità, siamo animali sociali evoluti sulla base di una quantità capillare di veri e propri condizionamenti; alcuni di matrice biologica (adattamenti), altri risultato dell’esperienza fatta durante il percorso evolutivo sin dalla nascita nella collettività – e quindi cultura – di appartenenza. La pratica dello Yoga agisce aiutando a divenire consapevoli di questi condizionamenti, quindi a  modificarli in una direzione più funzionale alla qualità dell’esperienza di vita, del singolo e di riflesso della collettività. In questo senso parleremo di “ostacoli”, ovvero quei comportamenti (esterni) e attitudini (interne) che possono creare problemi o sofferenza… e che possono essere ricondizionati con un po’ di attenzione a cominciare da come ci si pone sul tappetino e, in seguito, nella vita quotidiana. Infine si sottolinea una volta di più la capitale importanza dei principi di non-giudizio e condanna di alcunché, ricordandosi che – al contrario – solo la serena accettazione consente di individuare e sradicare ciò che vi è da individuare e sradicare.
Si ricorda che la pratica sul tappetino può – e dovrebbe – essere vissuta come un’occasione per conoscere sé stessi, nonché una sorta di “palestra” nella quale prepararci a gestire le sfide del quotidiano.

Confronto e competizione

Si tratta di tendenze naturali ben salde nella nostra cultura. Volenti o nolenti viene da confrontarsi e misurarsi con chi ci sta intorno o con chi abbiamo preso a riferimento. Sebbene vi sia una radice adattiva (lo “stabilire i ranghi” della nostra natura di animali sociali e il competere per le risorse), tale tendenza può essere estirpata in relativamente breve tempo: impegnandosi come insegna lo Yoga a ritirare l’attenzione dall’esterno alle sensazioni del corpo e al respiro.

Un tipico segnale che si tratta di un proprio argomento interiore è dato dalla sensazione – anche estrema – di frustrazione nel non riuscire a seguire certe posizioni o tenere il ritmo magari della maggioranza della classe; in genere a ciò consegue l’avere sempre meno voglia di frequentare rendendo la propria pratica sovente incostante… non ci si sente all’altezza della “sfida” o non si sente di avere una motivazione sufficiente a gestire la frustrazione che deriva da un non immediato successo, precludendosi così la possibilità di seguire – ed evolvere lungo – un percorso che inizialmente era stato trovato interessante. Il risultato sarà inevitabilmente quello di non progredire come si auspicherebbe. D’altra parte tutti noi cerchiamo come prassi di rimanere nella nostra “comfort-zone”, mentre lo Yoga ci propone costantemente – basti pensare all’innaturalezza delle posizioni del corpo o di certe sue tecniche respiratorie – di sondare e superare tali confini. Come qualsiasi altra abilità da acquisire, d’altro canto.

Si osservi se le argomentazioni (leggasi: scuse) per saltare la propria pratica possano essere in qualche modo “pretesti” in relazione al suddetto ostacolo. Di nuovo: senza giudizi o condanne. Lo Yoga talvolta richiede un onesto e duro lavoro interiore. Un segnale che al contrario si sta procedendo sulla migliore via è quello, alla fine della pratica, di non avere idea di cosa abbiano fatto o non fatto i propri vicini. Si è semplicemente in pace con sé stessi, avendo dato tutto quello che si poteva dare, nella propria misura secondo le proprio possibilità del momento. In queste condizioni la pratica apparentemente più “povera” fisicamente può divenire lo Yoga “più alto”; e infinitamente più ricchi saranno i suoi doni, senza inutile stress da competizione. Si diverrà inoltre liberi dagli altalenanti giochi di gioia e frustrazione dati dalla tendenza al confronto e alla competizione, con sé stessi e con gli altri. Infine, come si scoprirà, nel giusto tempo migliorerà anche la propria abilità nella pratica alla luce dei minori fattori di distrazione esteriore e disturbo interiore.

Focalizzarsi sul canale visivo

La problematica si potrebbe manifestare il  momento in cui si segue una classe o un insegnante o, come talvolta accade in alcuni inadeguati contesti, si pratica davanti uno specchio. Anche in questo caso di tratta di una tendenza naturale, essendo il canale sensoriale visivo quello adattivamente più sviluppato in noi esseri umani. La vista è oltretutto alla base di un altro importantissimo adattamento collettivo: l’imitazione. L’essere umano vive tutta la sua esistenza imitando in varia misura modelli che vengono introiettati, in genere inconsciamente, come modelli interni (emozionali, relazionali) o esterni (comportamentali), durante tutto l’arco della vita; che si tratti di schemi di comportamento, modi di vestire, parlare, muoversi… o pensare: l’identità stessa si struttura sulla base delle proprie credenze, idee e convinzioni, le quali non nascono sugli alberi ma provengono dal tessuto socio-culturale di appartenenza. Ciò spiega anche perché talvolta ci si sente molto disturbati quando in un semplice scambio di idee vengono messi in discussione temi che – nel profondo – strutturano la propria identità (e ciò può riguardare qualsiasi argomento, dai massimi sistemi all’orientamento politico, ideologie, credenze o identità lavorative che siano).

Nota: la saggezza dello Yoga invita a “giocare” con queste forme della propria identità – si ricordi la ricerca dell’identificazione con il Testimone Distaccato -, riconoscendole per quello che sono: giochi dell’ego causa potenziale di inutile sofferenza.

Tornando all’ostacolo del canale visivo: questa modalità attentiva, se eccessivamente dominante, rischia di distogliere dall’oggetto più importante durante la pratica, ovvero la propria esperienza interiore, a cominciare da quella fisica. Come conseguenza di questa “disattenzione propriocettiva” (percepire il corpo attraverso il corpo stesso, vedremo più avanti le varie forme di autopercezione che lo Yoga insegna a sperimentare) si rischia di forzare il corpo troppo oltre le proprie possibilità. L’infortunio è dietro l’angolo. Il modo corretto e più efficace di praticare in fase di apprendimento è quello di osservare inizialmente il movimento, senza ossessionarsi per i dettagli (che verranno nel tempo – e sarà compito dell’insegnante correggere eventuali errori macroscopici o potenzialmente “pericolosi”), quindi iniziare a muoversi seguendo le istruzioni, lentamente… in questa maniera si avrà modo di sentire i segnali del corpo e, nel caso, fermarsi. A tal riguardo si ricorda il corretto modo di eseguire le forme dello Yoga: senza buttarsi a capofitto, piuttosto avvicinandosi con calma, passo passo, alla forma finale:

Da 1 (entrata nella posizione) a 5 (posizione completa; per semplificare toglieremo qui l’altrettanto importante fase di uscita dalla posizione):

1 check ok
2 check ok
3 check ok
4 troppo → ci si ferma e si torna al punto 3, ovvero fin dove si riesce a stare, respirando. Sentendo il corpo. Si evita di scomporsi sbuffando e mollando tutto l’esercizio, magari guardando le vicine di tappetino in preda a impotenza e frustrazione. E se la tendenza naturale è quella? Con consapevolezza esercitarsi a correggerla, tornando al proprio corpo e respiro. Si cade otto volte, ci si rialza nove. Un po’ alla volta si conquisteranno nuovi passaggi in sicurezza.

Pazienza, costanza e perseveranza, sempre.

Ricercare costantemente la prestazione:

in generale questa è un’attitudine che premia nella vita, almeno dal punto di vista dei risultati. La saggezza dello Yoga però guarda verso ben altri lidi: la serenità in ciò che si ha e la cura del momento presente in sé, ciò che in generale nell’efficientissima ed efficientista cultura moderna viene considerato come “perdere tempo”, seguendo l’ansiogena assunzione che nella vita bisogna realizzare sempre di più, avere sempre di più, essere sempre i migliori ecc. Tali presupposti ci hanno portato nel bene e nel male dove ci troviamo, a costo della perdita della qualità reale della vita per molti… produrre, consumare, morire è un mantra ormai noto. Sebbene a molti vada – apparentemente o temporaneamente – bene così, sempre più spesso si sente parlare di persone che, pur avendo tutto, scelgono di “ritornare” a vite più semplici e concrete, fatte di tempi esistenziali più lenti ed espansi, più pieni di Essere, in luogo di brama di avere, ottenere, arrivare. Di per sé non vi è nulla di “male” in alcunché ci ricorda la saggezza dello Yoga, ciò che fa la vera differenza è la misura delle cose: l’importante è ricordarsi ogni tanto di rallentare se non fermarsi, respirare, guardarsi intorno, sorridere laddove si può e disimpegnarsi dai giochi dell’ego. Si rimanda alla storia del re illuminato Janaka: aveva tutto ma non era attaccato a nulla. Nello Yoga ciò si traduce ad esempio in un invito a praticare ogni tanto in maniera più leggera, concentrandosi sul piacere di fermarsi e respirare in una posizione che risulti facile, con gli occhi chiusi e la volontà di risiedere lì, nella forma e nel respiro per un tempo idealmente infinito… in luogo di farsi prendere dall’ansia di passare di posizione in posizione per riuscire ad eseguire quella certa acrobazia o quella sequenza sfidante. Anche in questo caso l’invito va ad osservarsi per capire di cosa si ha intimamente bisogno, dato che non esiste una ricetta unica per tutti.

Alcune persone hanno bisogno di coltivare l’autodisciplina*, altre l’autoindulgenza!
Tutti la consapevolezza e la cura del momento Presente

Si ricorda che l’autodisciplina nello Yoga non è il fustigarsi per fare le cose, bensì l’impegno a coltivare le buone abitudini! Ovvero ciò che fa vivere realmente meglio. Rallentare, respirare, sorridere quando si può, non rimuginare, non confrontarsi continuamente, lasciare correre, fare attenzione ai veleni mentali (dal nutrirsi di cattive notizie al coltivare relazioni disfunzionali)… questo è il senso ultimo dei cosiddetti “approcci olistici”:

tutto ciò che fa parte della nostra vita concorre a dare forma alla nostra vita.

Numerosi approfondimenti seguiranno.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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