Hai perso la fiducia nel valore di essere una persona buona?
Questo articolo è stato scritto pensando alle moltissime persone che hanno perso la fiducia nell’idea stessa di essere “buoni”… di vivere col cuore aperto. Oggi va sempre più di moda l’essere “cattivi”: si parla a sproposito – abusando – del concetto di “sano egoismo” (un’idea nata in risposta a particolari e circoscritti contesti culturali e psicosociali), diviene un valore essere prevaricatori e arroganti, contro ogni “politically correct” (solo per un esempio a mio avviso emblematico oltre che agghiacciante, vogliamo parlare del cancelliere tedesco che annuncia ad una riunione internazionale che un certo Paese sta facendo “il lavoro sporco per noi”? Espressione, retroterra culturale e concetto retrostante si commentano da soli, spero)… e tutto ciò a favore di cosa? Della libertà di esprimere le proprie pulsioni più egoiste e basilari? Far parlare “la pancia” per ottenere apparenti facili consensi? Il vivere “di pancia” è il vivere per se stessi – o al massimo per il proprio gruppo – seguendo gli istinti di sopravvivenza e predazione, applicando logiche distruttive di separazione e contrasto. Siamo sicuri che tutto questo ci faccia vivere meglio come individui e come collettività?
“E ma il mondo è cattivo e quindi io mi adatto!”
Ripeto la domanda: sicuro che sia la strategia migliore per vivere meglio? Proveremo a ragionarci su in questa serie di approfondimenti.
Introduciamo lo spunto: veleni e antidoti
Anzitutto una premessa. La presente articolazione non vuole essere un trattato di psicologia buddhista, che qui ha la sola funzione di spunto. Oltretutto, esattamente come per i “modelli” della psicologia occidentale, i modelli della psicologia buddhista sono anch’essi molteplici e spesso rielaborati dai singoli maestri che li insegnano e divulgano. Il modello di riferimento che ho scelto come spunto è quello del vaso e degli antidoti e dei veleni. Noi tutti possiamo immaginare il nostro animo come un vaso, il quale durante ogni singolo istante della nostra vita potrà essere riempito con due categorie di “essenze”: i veleni, ovvero tutto ciò che crea separazione e fa stare male noi e il nostro prossimo, e gli antidoti, ovvero tutto ciò che crea unione, pacifica e fa stare bene noi e il nostro prossimo. Ogni esperienza e pensiero che facciamo, parola che diciamo, ogni messaggio che riceviamo dalla società e da chi ci sta intorno costituisce una goccia o di veleno o di antidoto. Alcuni veleni non possiamo purtroppo evitarli, fanno parte della vita così com’è e della cultura a cui apparteniamo e in cui questi veleni si sono radicati; tuttavia abbiamo ancora un ampio margine per riempire il nostro vaso di antidoti, secondo il principio che laddove vi sia una goccia di antidoto non ve ne possa essere una di veleno. Un esempio chiarificatore per tutti? Non si può essere egoisti e insieme realmente generosi. Coltivare la generosità con costanza e in ogni sua forma ci fornirà l’antidoto giusto al veleno dell’egoismo. E così via con tutte le altre categorie della nostra esperienza quotidiana. Iniziamo quindi a conoscere questi veleni e i relativi antidoti per il nostro animo.
Odio e Compassione
Per prima cosa è fondamentale sviluppare la consapevolezza delle nostre esperienze interiori. Nel caso specifico quando si scopre di provare odio nei confronti di comportamenti o persone, ad esempio. L’odio è il massimo grado di avversione, è un’esperienza che possiamo associare all’acquitrino di una palude ombrosa e mefitica. L’odio è fermo, fermenta, incancrenisce. E’ quindi fondamentale evitare di rimuginarvi sopra o – peggio ancora – rinforzarlo condividendolo con altri, perché significherebbe diffondere veleno. Il suo antidoto è la compassione, ovvero la capacità di “sentire”, di “vedere”, l’Altro come parte di noi e noi come parte dell’Altro; di vivere l’esperienza della natura comune che in essenza tutti noi viventi condividiamo. E’ sentire la sofferenza altrui come propria. La compassione può essere coltivata ad esempio meditando regolarmente, ma è come noi orientiamo il nostro occhio nel quotidiano che alla fine farà davvero la differenza: ad esempio esercitandoci ad osservare, a vedere e non solo guardare, i più sfortunati, provando ad immaginarsi nelle relative vite – e qui è fondamentale vincere l’attitudine autoreferenziale del “ma che me ne frega del prossimo io ho i miei problemi”. Basta iniziare. Essere compassionevoli ed empatici aiuta anche ad essere grati, a sentire la gratitudine per tutto ciò che si ha e che la maggioranza degli abitanti del nostra pianeta nella migliore delle ipotesi si sogna. Anche nella peggiore situazione di salute abbiamo comunque più possibilità di sopravvivere e soffrire di meno della maggior parte – proprio numericamente parlando – degli abitanti del nostro pianeta. Infine: l’attitudine compassionevole e grata è correlata positivamente con una migliore qualità esperita della propria vita. Rancore, odio, autoreferenzialità, egoismo fanno vivere male, fanno ammalare di più e, naturalmente, sono alla base di peggiori rapporti col prossimo, propri affetti compresi.
Nota: l’odio, quando c’è, va prima di tutto accettato (se lo viviamo, lo viviamo), ma è importante osservarlo, razionalizzarlo, comprenderlo e impegnarsi a non indulgervi con fantasticherie velenose. E poi impegnarsi a sradicarlo. L’odio è figlio della paura, della sensazione di impotenza, di non avere il controllo verso qualcosa che la nostra psiche reputa pericolosa e “malvagia” a qualche livello. L’odio ci blocca riempendoci di fango, proprio come accadrebbe se ci agitassimo nella palude dell’immagine iniziale. La compassione è il ramo grazie al quale possiamo venirne fuori.
Rabbia e Gentilezza
Come sopra, la consapevolezza consente di contenere il climax (insieme alla pratica di discipline come lo Yoga e la meditazione) che potrebbe portare a problematiche espressioni della rabbia, l’emozione esplosiva e distruttiva – o autodistruttiva – per eccellenza. Nell’area riservata del sito c’è un ampio approfondimento dedicato alla rabbia, se vuoi approfondire: CLICCA QUI. Valgono gli stessi principi dell’odio, con la differenza che mentre l’odio è generico e stantio come una palude, la rabbia, sua parente stretta, è direzionata verso l’azione aggressiva, verso la reazione (che se non espressa, quando si accumula, può divenire causa di depressione). Il suo antidoto è la gentilezza, a partire da quella formale col prossimo: questa attitudine tende a generare situazioni specchio, ovvero sia, in virtù della nostra natura sociale, ogni qual volta poniamo in essere comportamenti gentili aumentiamo la probabilità di ricevere risposte della stessa qualità. Le emozioni positive così generate hanno l’effetto di stemperare la rabbia accumulata in altri contesti, evitando che questa si accumuli nel proprio animo e ne divenga l’emozione dominante. Essere gentili “per primi” è fondamentale, a prescindere dalle risposte che riceveremo. Non abbiamo il controllo sul mondo o sui disagi e le sofferenze del nostro prossimo. Condannare, avversare ecc qualcuno perché ci è apparso freddo o scortese non giova a nessuno, come illustrato con molteplici esempi e articolazioni durante il percorso della Comunità e negli articoli di approfondimento del blog del sito. Si ricorda inoltre l’importanza capitale di lavorare su autostima e assertività (rispettivamente alla base del lasciare andare e del non accumulare frustrazione e quindi rabbia), praticare discipline finalizzate a sviluppare consapevolezza, calma e gestione di sé. Osservare quando sorge la rabbia, accettarla senza indulgervi, piuttosto interrogarsi quale bisogno profondo si sente frustrato: rispetto umano, spazio vitale, comprensione, il proprio contesto di vita nel complesso… e impegnarsi a porre rimedio al proprio problema anzitutto lavorando su di sé, quindi impegnandosi – laddove possibile – a modificare ciò che vi è da modificare, che siano relazioni, lavoro se possibile, stile di vita ecc. Coltivare la pazienza è altresì importante (per la relazione tra pazienza e gentilezza, vedi qui), il che si collega con l’importanza di praticare discipline specifiche per imparare a gestire la respirazione e divenire consapevoli delle reazioni del proprio corpo e della propria mente. Cercare di falsificare le proprie eventuali credenze patogene: “il mondo è orribile, la mia vita è vuota e fa schifo, gli altri sono terribili” ecc. in luogo di credervi ciecamente. Nel caso è utile rivolgersi a professionisti che aiutino a sbrogliare le proprie matasse interiori.
Attaccamento/Desiderio e Generosità
Come più volte argomentato, il primo e fondamentale punto è l’esercizio dell’osservazione non giudicante delle cose come sono, nel caso la consapevolezza delle proprie bramosie e avidità. Parliamo anche della dipendenza da ciò a cui ci si lega, persone, oggetti, abitudini o situazioni che siano. Se l’attaccamento ai propri cari è un qualcosa di ragionevolmente inevitabile, fisiologico e “sano”, meno lo è l’attaccamento morboso che porta ad esempio allo stalking. Lo stesso per gli oggetti, le idee o i ruoli nei quali ci identifichiamo (vedi gli approfondimenti dedicati ai Pancha Klesha, le cinque afflizioni di cui ci parla il saggio Patanjali negli Yogasutra, li introduco qui). Nella nostra vita, ci insegnano i saggi di ogni tempo, non siamo proprietari di alcunché: possiamo considerare tutto ciò che abbiamo – ma proprio tutto – come in prestito. Genera disagio sentirselo dire? Ottimo, significa che abbiamo da lavorare proprio sull’attaccamento.
Apro una parentesi: ricordarsi sempre che ogni sfida, ogni disagio vissuto, è un’occasione per conoscersi e migliorarsi, per evolvere verso una vita con meno sofferenza evitabile… o anche un’occasione per fermarsi e impegnarsi a risolvere situazioni o conflitti senza senso. Crediamo di avere tempo infinito per pacificarci con le persone a cui teniamo? Un esempio su tutti: i conflitti con i genitori che, se non risolti, portano ad infiniti sensi di colpa una volta che questi ultimi non ci saranno più. In linea generale un principio base è: non chiudere MAI la porta per uscire se prima non sono stati risolti i dissapori con i propri cari o le persone a cui, comunque, si tiene.
Coltivare la generosità è il vero antidoto: donare più di quello che verrebbe facile donare è il migliore esercizio per coltivare questa preziosissima attitudine. Fisiologicamente essere generosi fa stare bene. Importante è che il donare sia scevro il più possibile da aspettativa: l’essere motivati da un “do ut des” è un veleno – al netto di contabilità inconsce proprie della nostra psiche. Noi pensiamo a fare del bene ed essere generosi… punto. E c’è comunque chi crede che il dare dal cuore alla fine porti doni di ritorno, nel tempo. Infine, si possono donare oggetti, denaro, ma anche fiducia, libertà, sorrisi, comprensione, pazienza, gentilezza, parole, gesti, in base all’opportunità e alle circostanze… la generosità sorge spontaneamente dal cuore. Ma come tutti gli antidoti: può e deve essere coltivata. Come già detto, è perciò fondamentale osservare senza giudizio le proprie “piccolezze”, avidità, attaccamenti. Esercitare la generosità in tutte le sue forme, come possibile, anche quando costa uno sforzo. Cercare di donare – qualsiasi sia la cosa che vogliamo donare – più di ciò che ci verrebbe facile donare. All’inizio potrebbe essere molto difficile (per molti è difficile anche solo dire grazie perché si vive intimamente un senso di credito perenne che il nostro prossimo avrebbe con noi – effetto “moglie e marito”: ciascuno è convinto di aver dato più della controparte o che ciò che si è dato valga di più di quello che si è ricevuto, è un bias della mente).
Ricordarsi di essere grati e dimostrarlo, non dare per scontato nulla.
Ad essere generosi ci si guadagna tutti.
Essere “buoni” e generosi è uguale ad essere "fessi"?
Mettiamolo in chiaro: essere generosi non significa divenire automaticamente preda di furbi e approfittatori. Come essere “buoni” non significa essere “fessi”. Se si è radicati e saldi interiormente si sarà in grado di discernere le situazioni al fine di orientare correttamente la propria azione. Per essere buoni e generosi, oltretutto, bisogna avere coraggio, autostima, forza di volontà, razionalità (per non farsi prendere dalla sfiducia ogni qual volta sentiamo la nostra buona fede tradita)… altrimenti dominerà solo la paura di essere feriti o di perdere qualcosa a cui si è attaccati. Non bisogna in sostanza confondere l’essere compassionevoli, orientati dalla volontà di incontro e serenità col prossimo con le problematiche di chi magari soffre per la poca autostima e le conseguenti paure e indecisioni che ne conseguono. Ancora una volta: lavorare su di sé resta fondamentale anche per essere “buoni”.
Nella seconda parte dell’articolo finiremo di approfondire i restanti veleni e i relativi antidoti; perché intanto non cominciare a mettere in pratica quanto abbiamo fin qui discusso?
Buoni spunti e, sopratutto, buona pratica.








