Perché essere buoni?
Perché essere “buoni”? Continuiamo con la rassegna delle qualità che fanno di noi delle persone “migliori” (qualora non avessi letto la prima parte dell’articolo con tutte le premesse, clicca QUI); non in senso superomistico o alla luce della valutazione di qualche arbitraria entità sovraordinata… bensì in riferimento al fatto che tali qualità aiutano a vivere meglio e a far vivere meglio il proprio prossimo. Come sa già chi segue il blog da tempo, questo è un mantra che non mi stancherò mai di ripetere. Non serve a nulla praticare Yoga dalla mattina alla sera, mangiare vegetariano e parlare come un santone in estasi se poi siamo avvelenati o peggio ancora diffondiamo veleni. Continuiamo quindi a parlare anche di questi ultimi e di come si manifestino nella nostra esperienza interiore, oltre che nel vivere quotidiano.
Orgoglio ed Equanimità
L’orgoglio qui inteso è la declinazione velenosa di quella dimensione della nostra psiche che potrebbe essere definita come sana autostima. Tuttavia, per usare un linguaggio meno facilmente fraintendibile in virtù delle associazioni proprie della nostra cultura (dove la parola “orgoglio” è ad esempio spesso erroneamente associata al concetto di “dignità”), possiamo qui riferirci al concetto di “ego ipertrofico” (per una riflessione dagli insegnamenti di Patanjali, vedi QUI). Mentre una sana autostima è necessaria per vivere e affrontare la vita, l’ego ipertrofico è il risultato della credenza di essere speciali e veramente “superiori” in qualche maniera al proprio prossimo. La psicologia del profondo – le cui nozioni sono spesso controintuitive – ci insegna che tale credenza nasconderebbe in realtà un inconscio senso di “mancanza di qualcosa”, una grande vulnerabilità e fragilità emotiva, la quale implica la richiesta di continue conferme, oltre a portare a soffrire in maniera anche molto significativa ogni forma di critica, arrivando ad attivare vere e proprie ferite narcisistiche che, nei casi più gravi, possono divenire causa di pesanti depressioni e altri invalidanti disturbi dell’umore. Nei casi più gravi si può parlare di un vero e proprio disturbo della personalità. Chi è realmente sereno con sé stesso, ovvero ha una reale buona autostima, non ha bisogno di continue conferme e confronti e non si sente mortalmente ferito per le altrui opinioni critiche o offese che siano. In buona sostanza, chi è in pace con sé stesso vivrà meglio e si lascerà scivolare via molto più facilmente la normale di dose di disapprovazione, antipatie, biasimo, giudizio, fallimenti ecc presenti nella vita di tutti. L’invito, quindi, è a lavorare ancora una volta su di sé.
Un impegno che non ha mai fine.
Iniziare a lavorare su di sé: ogni occasione è uno spunto
Esattamente: ogni occasione è un potenziale spunto per conoscersi meglio. Se ci si sente feriti da osservazioni, critiche ingiuste o insulti di chicchessia, si provi a spostare l’attenzione su di sé a fini autoanalitici chiedendosi:
- “Perché mi sento ferito/a?”
- “Perché mi interessa che questa persona abbia una buona opinione di me?”
- “Qual’è il mio bisogno principale nelle relazioni che instauro o in questa in particolare?”
- “Cerco sistematicamente conferme della mia bontà/bellezza/generosità/intelligenza/socievolezza/dominanza…?”
Una volta che sono stati osservati i propri “temi” interiori si potrà iniziare a vederli per quello che sono: giochi dell’ego. Il “piccolo sé”. Potremo così ricordarci di fare spallucce e passare oltre, lasciando biasimi, antipatie, giudizi e veleni vari a chi ce li offre. Inoltre: solo se si è abbastanza umili da ascoltare il prossimo e le eventuali sue osservazioni o critiche ci si potrà realmente migliorare quando serve, quale che sia l’aspetto della propria vita in discussione. In quanto ci si aprirà alla possibilità di vedere lati di sé o del proprio atteggiamento o operato che magari sfuggono; in tutti gli altri casi, invece, semplicemente si lasceranno cadere gli insulti o le accuse ingiuste senza sentirsi particolarmente feriti. Appunto facendo spallucce e lasciando andare. Laddove invece domina l’orgoglio, nel senso velenifero fin qui inteso, il risultato non potrà essere altro che negazione a priori, rabbia, avversione, sospetti e paranoie. Qualcuno vi avrà riconosciuto gli attributi tipici del potere mal vissuto e gestito. Coltivare l’attitudine corretta – ovvero impegnarsi a direzionare la propria mente nel senso fin qui visto – porterà nel tempo a divenire sempre più resilienti, ovvero capaci di riprendersi rapidamente dai “traumi” della vita – in senso tecnico anche ricevere una critica o un insulto può essere definito un trauma. Come sempre, nel caso in cui si sentisse di non essere in grado di sbrogliare la propria matassa interiore, il suggerimento resta quello di rivolgersi ad un professionista per un aiuto: tale è il primo passo per iniziare a vivere meglio con se stessi… e col prossimo.
Come coltivare quindi l’equanimità?
Ricordandosi che la vita è fatta di alti e bassi, che non si può piacere a tutti, che anche se ci riteniamo “fortunati e vincenti” ci sono state, ci sono e ci saranno miliardi di persone più “fortunate e vincenti” di noi – si chiama umiltà, quella vera e sana che tutti noi dovremmo avere e che è alla base dell’equanimità, in quanto offre distacco dai sopra citati alti e bassi della vita. Inoltre, in una prospettiva un po’ più “alta”, è utile meditare sul fatto che i valori che diamo alle cose sono tutti nella nostra mente, figli di un adattamento evolutivo filo/ontogenetico (percorso adattivo rispettivamente della specie e dei singoli individui) e culturale condiviso. Queste tematiche “estreme” vengono approfondite nelle lezioni del mercoledì, per chi fosse interessato ad entrare nella Comunità di Yogaperlamente. Aggiungiamo pure, senza timori: di fronte la sofferenza e la morte alla fine siamo tutti uguali, dal più povero disadattato al più ricco potente del pianeta, entrambi di passaggio, granelli di sabbia nello sconfinata vastità dello spazio-tempo. Già questo dovrebbe indirizzarci verso un profondo senso di legame e compassione per il nostro prossimo, a prescindere da colore della pelle, lingua, ceto sociale, cultura, gusti sessuali, intelligenza, idee e chi più ne ha più ne metta.
Ogni inciampo, difficoltà, crisi, insuccesso, critica è un’occasione per apprendere qualcosa su noi stessi – se ci impegniamo in un’osservazione non giudicante – ed evolvere interiormente. Come diceva un amico motociclista che gareggia:
“io non perdo mai: o vinco o imparo!”
Al netto del riferimento competitivo credo che il messaggio possa essere utile a chiunque. L’equanimità ci ricorda inoltre di non trastullarci nei temporanei ottenimenti: vivere sobriamente coi piedi per terra è il modo più efficace per gioire di ciò di cui ci è dato gioire e lasciare andare tutto il resto.
Invidia/gelosia e gioia per le fortune altrui
Sebbene l’invidia e la gelosia nella nostra cultura abbiano una diffusa valenza negativa, è umano riconoscere quanto talvolta sia difficile essere felici per le fortune altrui… soprattutto se riteniamo che queste “fortune” siano immeritate o il risultato di azioni e tendenze negative o esecrabili (avidità, potere associato ad arroganza, opportunismo ecc). Anzitutto, come articolato più volte, bisognerebbe vedere quali sarebbero queste “fortune” e le scale che usiamo per valutarle; alcune persone potrebbero invidiare la ricchezza o il potere, altre la bellezza, la salute, la forma fisica o la fortuna, altre – l’apparente – felicità altrui. In tutti i casi: serve a qualcosa? La risposta è ovviamente no. Ma fa parte dell’animo umano.
Gioire per le fortune degli altri?
Come sviluppare la capacità di gioire per le fortune altrui? Anzitutto iniziando ad osservare senza giudizio le proprie piccolezze e gelosie, riconoscendole per quello che sono. Oltre a ciò è fondamentale far pace con se stessi e la propria vita, impegnandosi a coltivare la gratitudine e la generosità. Ricordarsi ogni giorno di non dare per scontato nulla di ciò che si ha o che viene dato. Un altro “esercizio” assai utile è quello di coltivare l’attenzione nei confronti almeno delle persone con cui si sta bene e ci si sente connessi (partner, coniugi, figli, genitori, amici, colleghi con cui si ha un buon rapporto ecc), ascoltandoli, rinforzandoli positivamente e cercando di condividerne le piccoli grandi gioie del quotidiano. Questa attitudine aiuterà anche a migliorare la qualità dei propri legami, i quali sono fondati – o si costruiscono – sulla base della partecipazione e della condivisione. Coltivare legami positivi ci aiuta a mantenere il cuore aperto, a sentirci connessi; la nostra serenità interiore riverbererà nel prossimo e quella del prossimo in noi. Ciò è alla portata di tutti, richiede solo di uscire un po’ dalla propria eventuale autoreferenzialità, oltre l’impegno a dedicare del tempo e dell’attenzione alle persone intorno a sé.
Il vaso è uno, sta a noi scegliere di cosa riempirlo.








