La gentilezza non è (solo) forma, è sostanza
La gentilezza non è (solo) forma, è sostanza. Un primo inquadramento sul criticissimo tema lo puoi già trovare nell’articolo dedicato alla pazienza e, appunto, alla gentilezza (QUI). Con questo approfondimento vorrei perciò fare un passo ulteriore: vorrei toccare quello che credo possa essere considerato il “nervo scoperto” della gentilezza, ovvero l’esperienza di frustrazione e rabbia che molte persone che si autodefiniscono gentili spesso provano. In anni di seminari è una delle obiezioni più comuni che mi sono sentito rivolgere ogniqualvolta provo a promuovere la gentilezza come qualità positiva nella nostra vita. Cerchiamo di capire il perché.
Cosa non è la gentilezza: un esempio
Vediamo uno scambio esemplare tra due persone.
Pinetta si rivolge con un sorriso e un tono apparentemente gentile a Mariuccia: “allora hai capito o te lo devo rispiegare per l’ennesima volta, cara?” Mariuccia risponde con un sorriso un po’ imbarazzato, distogliendo lo sguardo, “grazie… mi aiuteresti davvero…”.
In nessun caso qui è presente né gentilezza propriamente detta, né cortesia o cordialità che dir si voglia. Cosa abbiamo quindi realmente? Nella prima parte dello scambio abbiamo un bell’esempio di aggressione passiva: Pinetta sta insultando, sbeffeggiandola, Mariuccia. Ma al posto di dirle che pensa sia una stupida e che è la centesima volta che glielo spiega, usa appunto un’aggressione indiretta, sottesa, implicata nella pragmatica usata (degli stili comunicativi e delle varie implicazioni parlo ampiamente nel percorso di Yogaperlamente, QUI). Dal canto suo Mariuccia, invece di mandare al diavolo Pinetta o farle notare che, ad esempio, potrebbe essere stata lei a spiegare male ciò che vi era da spiegare, risponde usando la gentilezza difensiva. Proprio di quest’ultima andremo a parlare nella seconda parte dell’articolo. Ma ora proviamo a prenderla larga per comprendere meglio e ampliare il contesto del discorso.
Una premessa
Quanto di seguito esposto va riferito ai casi in cui ci si trova vincolati, per esempio, a potenziali ambienti “tossici” che, per una ragione o per l’altra, bisogna frequentare su base regolare, obbligatoria o “forzosa” che sia; esempi emblematici sono l’ambiente di lavoro, i gruppi di “amici” e parenti o il proprio gruppo sportivo.
Nota: il confine tra obbligo reale (recarsi nel luogo di lavoro quotidianamente) e obbligo qui definito “forzoso” è assai labile in virtù del funzionamento della nostra mente. Molti di noi vivono prigionieri di schemi mentali e comportamentali, bisogni come quello d’appartenenza, l’identificazione assoluta col proprio mestiere ecc, schemi mentali nei quali finiamo invischiati anche quando diventano palesemente disfunzionali: gabbie da cui potremmo liberarci con un semplice (ma non facile) atto di volontà, ma a cui preferiamo rassegnarci convincendoci che sia il mondo a essere ingiusto e i nostri problemi inevitabili – o peggio, meritati; ma per comprenderne il perché e il percome dovremmo aprire un’enorme parentesi che al momento non apriremo.
La base: definire assertivamente i propri confini.
In questi casi è fondamentale definire assertivamente i propri confini, letteralmente: costi quel che costi. Perché il prezzo successivo potrebbe essere molto, molto più caro. Chi vi scrive si autodefinisce un “buono e gentile”, perciò conosco davvero bene la difficoltà insita in questo passaggio. Ma come tutte le cose: questione di esercizio. E di iniziare. A piccole dosi, dicendo “no” quando vi è da dire no o rimarcando un punto che va rimarcato. Non sorridendo e rimanendo in silenzio se qualcuno è stato scortese o aggressivo-passivo o svalutante nei nostri confronti, tanto per degli esempi comuni. Al netto dell’iniziale difficoltà, alla fine dello scambio ci si sentirà meno appesantiti, meno umiliati dal bullo o dalla bulla di turno. Ci si sentirà forse anche un pochino più forti. Questo è l’inizio.
L’importanza della contestualizzazione
Come sempre è fondamentale contestualizzare. Qui stiamo parlando di scambi con persone che possono pesantemente impattare sulla nostra serenità quotidiana (o addirittura sulla nostra autorappresentazione). In tutti gli altri casi è richiesto l’uso del discernimento e del buon senso: se vengo insultato o offeso da uno sconosciuto per strada o in un contesto “una tantum” la soluzione migliore resta quella di lasciar correre. Non cambierà nulla nella propria vita e si eviteranno problemi peggiori. Nel caso interiormente si avverta il perdurare dell’offesa – che diviene ferita nella propria psiche – potrebbe essere utile iniziare ad indagare il perché di questa fragilità del senso di sé.
Molte persone aggrediscono il prossimo convintissime di difendersi o comunque mosse da un enorme bias interiore nel percepire le intenzioni degli altri. Se a ciò aggiungiamo una nostra possibile permalosità o ipereattività… il danno è pressoché garantito.
Conosci te stess*, prima di tutto.
Lo stesso discorso se ci si sente continuamente condizionati o in ansia su ciò che gli altri (magari perfetti sconosciuti) pensano di noi. Si potrebbe aver bisogno di un percorso di supporto psicologico finalizzato ad elaborare ciò che si potrebbe aver bisogno di elaborare, per vivere meglio con se stessi e col proprio prossimo.
Quindi: gentilezza e cortesia sempre di default, ma attenzione al rispetto dei propri confini almeno negli ambienti che si frequenta regolarmente. E’ ora giunto il momento di addentrarci un po’ più a fondo nel discorso, facendo un paio di passi indietro per cercare di comprendere meglio le problematiche sottostanti.
C’è contesto e contesto: contesti ricorrenti e contesti episodici
Iniziamo col formalizzare un minimo ciò di cui abbiamo fin qui premesso. Il nucleo di quanto articolato si basa su una distinzione fondamentale nella psicologia relazionale: la differenza tra contesti ricorrenti e contesti episodici in cui applicare l’assertività. Sapere in quale di questi due territori ci si trova determinerà la strategia di sopravvivenza emotiva da adottare. Sì, esatto: questo è l’efficace termine utilizzato in psicologia per descrivere il modo in cui lottiamo costantemente per la sopravvivenza… anche a livello interiore.
1 - I contesti ricorrenti: l'iper esposizione e il prezzo del silenzio
Ci riferiamo qui a quegli ambienti in cui siamo vincolati da una frequentazione regolare, continuativa e strutturale dei sistemi nei quali siamo inseriti. Esempi tipici, come già accennato, sono il luogo di lavoro, il gruppo sportivo, le cerchie di “amici” storiche, ma anche le dinamiche familiari o di parentela che, come tutti sanno, possono essere estremamente disfunzionali.
In questi contesti l’ambiente è un vero e proprio ecosistema che influenza la nostra omeostasi (qui il termine è usato in ambito psicologico per definire il nostro equilibrio interiore nello scambio con l’ambiente nel quale viviamo); quando un ambiente del genere risulta “tossico” — ovvero saturo ad esempio di manipolazione, svalutazione o ostilità passivo-aggressiva — il nostro sistema nervoso entra in uno stato di allerta cronica.
Quanto possiamo sopportare? Il carico allostatico
In psicologia, il carico allostatico è il prezzo biopsicologico che il corpo paga quando è esposto a uno stress cronico. Se non si interviene, il prezzo successivo sarà inevitabilmente somatico e psicologico: burnout, disturbi d’ansia, depressione o sintomi psicosomatici con annesse malattie anche gravi. Per capire di cosa parliamo in concreto, si pensi a quei momenti in cui ci si sente tesi ed emotivamente accesi; quei momenti in cui una sciocchezza può far scattare magari una reazione rabbiosa o di pianto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso… evidentemente già colmo. Se questo stato si protrae, magari divenendo status quo del nostro vivere, ecco che iniziano i problemi più seri di cui sopra.
Tornando al contesto del nostro argomento, la definizione dei propri confini attraverso la comunicazione assertiva non è quindi più un’opzione, ma una vera e propria necessità finalizzata alla sopravvivenza. Definire un confine significa chiarire cosa si è disposti ad accettare e cosa no, esplicitando le conseguenze del superamento di quella linea. Questo va fatto letteralmente costi quel che costi (anche a rischio di incrinare momentaneamente un rapporto o creare frizioni lavorative), perché il costo a lungo termine di un confine violato è la perdita della propria integrità psicologica, con tutto quello che potrebbe conseguirne – comprese le crisi lavorative che proprio si voleva evitare, così come quelle relazionali per la tensione che si porta a casa, e che inevitabilmente sarà scaricata sulla propria “base sicura”, ovvero i propri cari.
Nota per lettori seriamente dentro un percorso spirituale. Attenzione: qui non c’entra nulla “la rinuncia all’ego” (discorso che peraltro meriterebbe ampie argomentazioni – per questo vi invito al percorso del sito). Stiamo parlando dei fondamenti delle relazioni umane, quantomeno in contesti attuali e civilizzati. Tutti noi abbiamo bisogno di evitare di subire abusi ingiusti su base quotidiana. Si, perché ci sono anche quelli dolorosi ma elaborabili, che in un certo senso “ci servono” per crescere nel settore in cui abbiamo bisogno di crescere: ad esempio come uomini d’arme, piuttosto che lungo un percorso in cui una qualche guida riconosciuta e di valore ci vuole aiutare a superare i nostri ostacoli interiori attraverso continui “test relazionali”… ma in entrambi i casi vi è un obiettivo definito in partenza, che si tratti di divenire degli efficienti uomini d’arme o un sadhaka libero dai condizionamenti della mente e della società. Ma nulla di tutto questo ha nulla a che vedere con un mobbing subito quotidianamente in ufficio o la svalutazione continua della propria cerchia familiare con la quale si è magari molto invischiati.
2 - I contesti episodici: l'arte del distacco
Il discorso cambia completamente quando l’interazione avviene nei contesti occasionali o con persone sconosciute (un insulto ricevuto per strada, un commento aggressivo sui social, una scortesia da parte di un persona incontrata casualmente ecc). Qui l’invito è a usare il discernimento e risparmiare le energie. Non essendoci un sistema relazionale da proteggere o preservare per il futuro – questa è la chiave – ingaggiare un conflitto significa solo regalare la propria energia.
La soluzione è quindi quella di lasciare andare (come sopra: semplice, talvolta non facile… ma basta iniziare).
Rovinarsi la giornata per la parola o l’azione di uno sconosciuto significa cedergli il controllo sul proprio stato interiore. L’evento in sé non ha il potere di cambiare nulla nella traiettoria della nostra vita, a meno che non sia il nostro stesso pensiero a dargli nutrimento attraverso la ruminazione.
Credo sia superfluo dire quanto, a tal proposito, sia enormemente efficace praticare discipline come lo Yoga e la meditazione per apprendere a gestire il corpo e la mente.
Una volta di più ricordando che:
per sette volte in cui si cade, otto ci si rialza.
La ferita come specchio: la fragilità del sé
Cosa succede, però, se l’offesa di uno sconosciuto continua a risuonare dentro di noi per ore o giorni, trasformandosi da semplice fastidio in una vera e propria ferita aperta? In questo caso, l’evento esterno cessa di essere il problema per divenire sintomo di una potenziale vulnerabilità preesistente nella struttura del sé. Quale migliore occasione per avviare un po’ di autoanalisi? Come sempre – lo ricordo in quasi ogni articolo alla nausea, ma è importante – nel caso in cui non si riesca a risolvere i propri nodi interiori da sé è necessario rivolgersi ad un professionista per un supporto: la forza, quella vera, si vede anche dalla capacità di riconoscere di avere bisogno di un aiuto. Vivere male non giova a nessuno.
Un esercizio: 3 domande per 3 esperienze
Vediamo a titolo esemplificativo tre emblematiche esperienze interiori con le relative domande che, nel caso, potrebbe essere utile iniziare a porsi, anche ai fini di una successiva elaborazione con il supporto di un professionista:
1 – Si tende a far dipendere il proprio valore intrinseco dal giudizio, dai feedback sottili o comunque dall’approvazione altrui.
“Perché sto dando ad uno sconosciuto il potere di decretare se valgo o meno?”
2 – Un costante stato di ansia legato all’immagine di sé che si proietta all’esterno, anche davanti a chi non si incontrerà mai più (la differenza con la prima esperienza è che in questo caso l’ansia anticipa la valutazione, mentre nel primo caso la sofferenza subentra a seguito di una valutazione da parte del prossimo percepita come negativa).
“Ho bisogno del controllo totale sulle percezioni altrui per sentirmi al sicuro/tranquill*?”
3 – Ogni critica, osservazione o mancata conferma viene percepita come un attacco diretto alla propria identità, generando sofferenza e/o rabbia.
“Quale antica ferita, ad esempio di non accettazione, si è riattivata in me attraverso questo episodio?”
Nota per chi non mastica lo psicologichese: per non accettazione si intende anche il “ricatto” psicologico che molti, soprattutto nelle culture più competitive, subiscono fin dall’infanzia, ovvero “avrai il mio amore solo se… sarai il migliore a scuola e nello sport, sorriderai sempre, ti comporterai esattamente come dico io, sarai bellissima…” ecc. Si creano insomma dei potenti condizionamenti che evolveranno lungo il percorso di vita ad esempio nella forma dell’esempio presentato.
Si osservi che tutte e tre le esperienze possono essere a loro modo piuttosto normali e comuni, magari in certi periodi della propria vita o in specifiche circostanze, come ad esempio l’ingresso in una nuova nicchia sociale nella quale si vuole essere accettati; il problema sorge quando queste esperienze risultano sistematiche e portatrici di costante disagio o vera e propria sofferenza.
L’invito è a sostituire le reazioni automatiche della mente con l’esercizio della consapevolezza, orientando i propri pensieri verso fini più proficui del già citato rimuginio, il parente più stretto della gentilezza difensiva di cui parleremo, con le sue dinamiche e implicazioni, nella seconda parte dell’articolo.
Buoni spunti e, come sempre… buona pratica.







