Premessa
Nella prima parte dell’articolo abbiamo esplorato alcune tematiche critiche che ruotano attorno ad un concetto: il conflitto. Ma cos’è il conflitto in summa sintesi e cercando di essere il più generici e precisi possibile?
Io ho bisogno/voglio A, tu hai bisogno/vuoi A: abbiamo un problema.
A = risorse, beni, persone, emozioni, conferme identitarie, tensioni dalle più varie strategie comportamentali disfunzionali (come l’ipercompensazione narcisistica alla base del cosiddetto conflitto simmetrico di dominanza: “io voglio essere più intelligente/forte/migliore di te, tu vuoi essere più intelligente/forte/migliore di me/non hai voglia di farti sottomettere: abbiamo un problema.” E via di esempi potenzialmente infiniti).
Cerchiamo ora di capire come la gentilezza difensiva sia intrinsecamente legata proprio a questa dinamica del conflitto.
La gentilezza difensiva: l’evitamento del conflitto
A questo punto possiamo iniziare a parlare dell’oggetto principale del nostro focus: la gentilezza difensiva come maschera dell’evitamento del conflitto. In sintesi può essere definita come una reazione automatica di sottomissione per disinnescare quella che viene vissuta come una minaccia immediata: si torni all’esempio citato in apertura nella prima parte dell’articolo, QUI.
In psicologia, questo comportamento può essere considerato parte della risposta di compiacenza/asservimento (Fawn), individuata come la “quarta F” delle risposte al pericolo, accanto alla lotta (Fight), alla fuga (Flight) e al congelamente (Freeze), quando ci si paralizza. In presenza di un’aggressione di qualsiasi tipo, la strategia del fawning consiste nel cercare di compiacere l’aggressore, anche sminuendosi e incassando remissivamente, magari con un sorriso forzato, al fine di neutralizzare il pericolo nel minor tempo possibile. Si tratta ovviamente di una strategia inconscia, di cui normalmente non si è consapevoli: si tende a reagire in questa maniera come comportamento di default.
Un sollievo a breve termine, un debito a lungo termine
Quando ci sentiamo aggrediti – o abbiamo timore di esserlo – la gentilezza difensiva può divenire quindi la risposta disinnescante primariamente selezionata, fatta di sorrisi imbarazzati, assensi, minimizzazioni ecc. Tale comportamento offre un vantaggio immediato: il conflitto potenzialmente attivato tende a spegnersi, l’aggressore si placa e la tensione relazionale momentanea si riduce. Tuttavia, questo sollievo a breve termine crea un debito psicologico con interessi altissimi.
Il conto emotivo da pagare
Quando incassiamo un colpo con un sorriso stiamo solo spostando il conflitto dall’esterno all’interno. Tutto ciò ha delle importanti conseguenze, tra cui bisogna fare particolare attenzione a:
- Il crollo dell’autostima: ogni volta che sorridiamo di fronte a un’offesa, inviamo un messaggio a dir poco problematico alla nostra psiche: “io non valgo abbastanza [da riuscire a trovare il coraggio di difendermi]”. L’Io si sente tradito da se stesso, generando un profondo senso di vergogna, impotenza e autocolpevolizzazione.
- L’accumulo e la retroflessione della rabbia: la rabbia – come abbiamo già discusso in una molteplicità di occasioni – è un’emozione adattiva sana che serve a difendere attivamente il proprio territorio. Quando viene repressa e mascherata dalla gentilezza, non svanisce: si accumula. Come risultato, essendole impedito lo sfogo verso l’esterno, la rabbia viene retroflessa, cioè diretta contro se stessi; trasformandosi in risentimento, autocritica e frustrazione fino potenzialmente alla depressione.
- La somatizzazione dello stress cronico: mantenere un sorriso di facciata mentre dentro si consuma una tempesta emotiva richiede un dispendio di energia psicofisica enorme. Questo stato di tensione, quando cronico, si traduce facilmente anche in sintomi fisici: tensioni muscolari (soprattutto a livello di mandibola, spalle, pelvi da cui il blocco del diaframma), problemi gastrici, emicranie e disturbi del sonno. E’ inoltre comune la mancata percezione delle tensioni croniche muscolari, proprio a causa della loro stabilità nel tempo che, in un certo senso, le porta a divenire “normalità”.
Un giorno di ordinaria follia
“Ma allora dovrei dar sfogo a tutta la mia rabbia e mandare al diavolo Pinetta come vorrei fare da tempo?!”
Se si è arrivati al punto di sentire questo bisogno è proprio perché si ha accumulato tensione (ricordate il carico allostatico della prima parte dell’articolo? QUI); una tensione che, abbiamo appreso, nel tempo può divenire autodistruttiva o distruttiva. E allora sì che si rischia di finire come nell’iconico e sempre attuale “Un giorno di ordinaria follia”, in cui il mite William Foster (interpretato da Michael Douglas) esplode distruttivamente nel caldo estremo del traffico di una giornata estiva a Los Angeles. Un’efficace iperbole, tra le altre cose, della rabbia repressa.
Gentilezza autentica vs gentilezza difensiva
La differenza tra la gentilezza autentica (frutto di una scelta consapevole derivata dal lavoro su di sé, ne abbiamo parlato QUI) e la gentilezza difensiva (frutto di una reazione difensiva condizionata) può essere riassunta in quattro punti:
- La gentilezza autentica nasce da una posizione di forza interiore, centratura e stabilità emotiva. Al contrario, la gentilezza difensiva trae origine dalla paura del conflitto, dell’abbandono o del giudizio altrui.
- Nel caso della gentilezza autentica lo scopo è creare vera connessione, rispetto reciproco e armonia. Nel secondo, l’obiettivo diventa acquietare l’aggressore e fuggire dal confronto a tutti i costi.
- Scegliere la gentilezza autentica lascia dentro di sé un senso di pace, apertura e integrità. La gentilezza difensiva, al contrario, lascia un retrogusto amaro fatto di frustrazione, rabbia e umiliazione.
- Con la gentilezza autentica equilibrata dall’assertività i confini personali rimangono chiari e la gentilezza lascia il posto alla seconda dove inizia la mancanza di rispetto, la prevaricazione, l’offesa. Nella gentilezza difensiva, invece, i propri confini vengono costantemente calpestati pur di mantenere una situazione – solo apparente – di non conflittualità.
Vogliamoci bene, ma coi piedi per terra
Si ricorda infine che tutte le dinamiche fin qui descritte tendono a rinforzarsi tra loro: l’aggressività trae nutrimento dalla paura e dalla remissività, così come l’accumulo di tensioni interiori tende a generare dinamiche disfunzionali, come il caso tipico già citato della persona che fuori casa reagisce ai soprusi con la gentilezza difensiva per poi “esplodere” con i propri affetti manifestando, direttamente o indirettamente, tutta la rabbia accumulata durante la giornata.
Vogliamoci bene sì, certo, ma con i piedi per terra e la consapevolezza di cosa accade realmente dentro di noi. Solo in seguito potremo iniziare a valutare se porgere l’altra guancia come scelta vocazionale estrema di un percorso spirituale per cui ci sentiamo realmente pronti. Nel profondo.
Di questi e molti altri temi parliamo approfonditamente nella Comunità di Yogaperlamente, QUI trovi la lista delle lezioni, se vuoi darci un’occhiata.
Buone riflessioni e… buona pratica.







