Santosha: gioire di ciò che si ha

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Chi si accontenta gode

Samtosad anuttamah sukha-labhah

“Da Santosha (la capacità di accontentarsi) deriva insuperabile felicità”

“Chi si accontenta gode”, così celebra un popolare modo di dire apprezzato da alcuni e tacciato di invito alla mediocrità da altri. Ancora una volta tuttavia lo spunto che ci offre Patanjali si porta ben oltre sterili dispute di posizione; ci offre infatti un tassello in più per comprendere meglio la natura umana nella sua forma più primitiva – e onnipresente – e ci mostra dove in essa si celino le sue insidie. Ogni cultura e sottocultura è infatti portatrice dei suoi propri valori, i quali plasmano la nostra mente facendoci troppo spesso essere assolutamente certi che valga davvero la pena di sacrificare qualsiasi cosa per quel certo risultato, quale appunto: avere sempre di più. Ciascuno nella sua propria prospettiva potrebbe aver ragione… è un po’ come infilarsi un visore di realtà virtuale in testa e vivere ciascuno il suo proprio film: come si fa a decretare quale film sia “migliore” o “più giusto” rispetto agli altri? In questo senso potrebbe essere utile avere un parametro di riferimento, ovvero dove approdano le varie attitudini alla luce del funzionamento della nostra mente: serenità o problemi e sofferenza? Potrebbe essere la giusta domanda da porsi.

Non accumulare e gioire di ciò che si ha

Facciamo quindi un passo indietro: Santosha, infatti, è strettamente legato al già discusso quarto Yama, Aparigraha, il “non accaparrare” (link qui). Entrambi sono espressioni dello stesso concetto relato al desiderio di possesso, al desiderio che si tramuta in bisogno di avere sempre di più, nell’inseguimento perenne di una chimerica felicità duratura. Non solo oggetti, beninteso: anche emozioni, relazioni, forza, salute, giovinezza, capacità di fare questo e quello… tuttavia, mentre col sutra dedicato ad Aparigraha Patanjali indica al praticante l’importanza di non divenire vittime del bisogno di avere, in Santosha il grande saggio suggerisce la via ideale dell’accontentarsi della soddisfazione dei bisogni primari o – in una prospettiva estensiva di potenziale maggior interesse per la gran parte di noi – di ciò che consente un adeguato adattamento alla propria realtà di vita. Per comprendere questa definizione bisognerà ancora una volta applicare un po’ di discernimento: per rimanere nella dimensioni degli oggetti, uno smartphone può oggi risultare piuttosto utile se non essenziale nel nostro contesto di vita per mantenere la rete dei contatti, ad esempio lavorativi (e per le mille altre funzioni che ci semplificano la vita), mentre acquistare ogni sei mesi l’ultimo modello magari non è così fondamentale. Il punto però non è il definire un qualche tipo di ingiunzione dogmatica e arbitraria da seguire, bensì ci si limita a descrivere una realtà psichica umana: ovvero si invita a riflettere sulle implicazioni dei propri moti interiori, di dove essi portino. Per orientarsi e agire con maggiore consapevolezza nella vita. A che fine? Ridurre la quota di sofferenza evitabile.

Accontentarsi come resa?

L’accontentamento di cui parla Patanjali non è l’accontentarsi di colui che ad esempio ha scarsa fiducia o stima di sé così come inteso nel nostro modello culturale, bensì il vivere con gioia ciò che si ha a disposizione. Al riguardo Patanjali annuncia come da Santosha derivi niente meno che insuperabile felicità.

Ma del resto, chi può essere più felice di colui che è felice con poco o nulla?

Una parabola: la leggenda del santo e della mucca

Questa storia ha radici nella tradizione indiana ed è stato raccontata con diverse varianti.

C’era una volta un santo asceta che aveva rinunciato a tutto: beni materiali, relazioni… egli viveva una vita semplice, appagando giusto i suoi bisogni principali, così come poteva, alla giornata. Non avendo brame o ansie di perdita viveva sereno e la serenità lo rendeva compassionevole. Un giorno, mentre camminava per la campagna, vide un piccolo animale assetato che soffriva. Il santo uomo, pieno di compassione, raccolse dell’acqua e la diede da bere all’animale. Il giorno successivo l’animale apparve nuovamente davanti al santo, questa volta con un piccolo cucciolo. Il santo sentì compassione anche per il cucciolo e decise di prendersi cura di entrambi. Per farlo, aveva bisogno di latte, quindi chiese a un contadino locale di dargli un po’ di latte. Il contandino acconsentì. Giorno dopo giorno divenne amico del contadino, il quale apprezzando il buon cuore dell’asceta decise di dargli in cura una mucca che avrebbe potuto mungere. Dopo un certo tempo la mucca diede alla luce un vitello: come non prendersene cura? Ed è così che si ritrovò col bisogno di un piccolo pascolo per la mucca e il suo vitello, oltre che un pastore per accudirli mentre lui era impegnato nelle sue altre attività. Con il tempo il numero delle mucche aumentò e così il bisogno di terra per il loro pascolo…
La storia continua con l’ormai ex asceta che, acquisendo sempre più beni per una ragione o per l’altra, finisce col lasciarsi coinvolgere e infine travolgere dalla vita quotidiana. In epilogo egli divenne un ricco proprietario terriero e, tra i consueti alti e bassi della vita, dimenticò pure il suo passato ascetico e l’anelito spirituale; i suoi molti impegni ormai gli avevano sottratto anche il tempo per praticare.

Questa storia serve a ricordare come sia la natura stessa dell’esistenza, anche se permeata da valori positivi in senso umano e spirituale, a richiamare bisogni su bisogni… ed è un attimo perdere sé stessi. D’altra parte tutto è interdipendente e le nostre vite non fanno eccezione. Vuoi questo? Devi avere quello. Vuoi quello? Devi avere quest’altro, e così via senza fine… fino alla fine.
Per vivere pienamente questo fondamentale Niyama è necessario essere forti, stabili nella propria dimensione interiore, liberi dai condizionamenti culturali e sociali che governano le proprie vite: il già citato apparire, il dover dimostrare sempre qualcosa a qualcuno… si tratti del sentirsi “adeguati” con l’ultimo modello di auto o telefono o del perseguire ideali relazionali magari carichi di sofferenza ma appaganti dal punto di vista del riconoscimento sociale… sono solo degli esempi per raccontare una storia che è vecchia come la società umana. Prende solo forme diverse col passare del tempo.

Anche Santosha richiede quindi un atto di profondo coraggio e grande consapevolezza per affrancarsi dalle spinte più primitive della nostra natura. Verso una maggiore reale serenità. Lungo questa via si diverrà inoltre in grado di apprezzare e gustare al meglio tutto ciò che di più ci sarà dato. O che, come spesso succede, abbiamo già sotto il naso quando non nelle nostre stesse tasche.

Il punto non è non avere in senso assoluto: è gustarsi, apprezzare, essere grati di ciò che si ha.

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E sul tappetino?

Quando si è sul tappetino e si sta praticando la forma classica di quel certo asana, si provi a gustarselo pienamente, tanto più se riesce facile… ci si concentri sul respiro, si senta il corpo, si guardi il punto tra le sopracciglia, ci si assorba profondamente riempendo la coscienza della forma… tutto questo può portare infinita ricchezza. In luogo di smaniare in attesa della successiva nuova e più complessa forma, col solo gusto di appagare il proprio Io bramoso di tutto ciò di cui si può essere bramosi quando si è sul tappetino. Cercando di ricordare che quando pratichiamo Yoga siamo lì per coltivare la parte più profonda ed essenziale di noi stessi. E quando siamo in cammino lungo questa via non abbiamo bisogno di molte cose… questo è Santosha. E questo spirito possiamo portarcelo, giorno dopo giorno, nel quotidiano: vivremo meglio, gustandoci meglio la vita.

Quando sei sul tappetino, prova a dare la stessa importanza allo scioglimento del collo così come la dai al raggiungimento della posizione più sfidante, immergiti in quel movimento: non ti resta che provare!

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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