Pancha Klesha: le 5 afflizioni secondo gli Yogasutra di Patanjali

Yogasutra di Patanjali Angelo Bertuccio Yoga

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I Pancha Klesha, cosa sono? Ad un’osservazione superficiale, la natura umana non può che apparire confusa; le sue motivazioni spesso oscure, così come misterioso – in una prospettiva teleologica, finalistica – appare il perché della sofferenza che tutti noi esseri umani, prima o poi, ci troviamo a sperimentare. I saggi dell’antichità, di cui Patanjali è uno dei massimi rappresentanti in area orientale (si rimanda all’articolo “Cos’è praticamente e come funziona lo Yoga?”) ci insegnano invece a ricercare le cause profonde, all’origine del nostro vivere l’esperienza della vita così come la viviamo. In questo quadro vengono  identificate cinque “afflizioni” primarie, Klesha in sanscrito, da cui deriva tutto il resto della sofferenza.

A proposito della sofferenza, sono state elaborate diverse classificazioni. Come semplificazione ai fini del presente approfondimento, possiamo pensarla come distinta in:

  • Sofferenza inevitabile (o primaria), ovvero quella fisica dovuta a lesione e malattia e interiore dovuta ad esempio alla perdita dei propri affetti.
  • Sofferenza evitabile (o secondaria), risultato dello sforzo della mente di risolvere quella primaria… col risultato di portare la mente ad avvitarsi su stessa e sulla sofferenza che cerca di risolvere (attraverso il rimuginio ad esempio).

Entrambe sono interdipendenti, perciò si rinforzano – o alleggeriscono – l’una con l’altra. La quasi totalità della sofferenza quotidiana che spesso sfocia in vero e proprio mal di vivere è però quella evitabile, autoindotta mentalmente; il gestire questa forma di sofferenza porta inoltre nel tempo ad accettare il peso della sofferenza inevitabile. Vediamo i cinque klesha.

Avidya

L’assenza di Conoscenza (Vidya), talvolta definita “ignoranza”. La Conoscenza (con la maiuscola) a cui fa riferimento il Klesha che ne definisce l’assenza, non è però quella del sapere intellettuale; bensì quella dell’esperienza diretta dell’Unione col Tutto. In questa condizione non c’è separazione, non c’è male e bene, giusto o sbagliato… c’è la Realtà Unica (il “Divino” se piace questa forma espressiva), una Unione di cui l’individuo – si sottolinea – fa esperienza diretta, non semplicemente intellettuale. Avidya, così come gli altri klesha, può essere superata con il Jnana Yoga, lo Yoga della Conoscenza (che verrà approfondito in un prossimo articolo): nell’intendimento classico ci si riferisce allo studio dei testi sacri, agli insegnamenti dei maestri che li veicolano e, soprattutto, alla meditazione su di essi. Oggi, con un approccio laico ed estensivo, potremmo aggiungere anche il riflettere meditativamente ad esempio sulle più avanzate scoperte dell’indagine scientifica. Si pensi agli infiniti spunti offerti dalla fisica teorica o dall’astrofisica, solo per un esempio: suggestioni in grado di espandere la propria mente, consentendo di svincolarsi intuitivamente dal proprio piccolo mondo egoico e autoreferenziale.

Meditando sulla vastità delle cose del mondo, si soffrirà meno per le cose del mondo.

Il risultato di Avidya è infatti il senso di separazione, l’identificazione e l’attaccamento al corpo e all’esperienza “mondana”, del vivere quotidiano, col suo perenne oscillare tra alti e bassi.

Addestrarsi a pensare “alto”, vedersi in prospettiva e non al centro degli eventi del mondo. Quello che accade a noi è accaduto, sta accadendo ed accadrà a miliardi di altre persone. Coltivare le pratiche che aumentano il proprio senso di connessione, dalle discipline come lo Yoga e la meditazione fino all’impegnarsi ad empatizzare col prossimo, a proiettarsi nelle infinite forme della vita oltre la propria.

Yogasutra di Patanjali

Asmita

L’ego, qui inteso come senso di identità e unicità, ciò che definisce chi si è e chi/cosa non si è. Asmita è il naturale epilogo del senso di separazione e differenziazione proprio di Avidya. Si badi bene: si tratta di una condizione naturale e “normale”, Patanjali fin qui non fa altro che descrivere nella sua narrativa lo “status quo” della manifestazione della natura della coscienza da un punto di vista filosofico e “cognitivo” potremmo dire oggi, ovvero legato al modo con cui la mente conosce la realtà.

Asmita di per sé non è un “male”, è semplicemente la condizione in cui noi esseri umani siamo al mondo; ciò che lo rende un Klesha è il fatto che questa identificazione porta con sé il senso di separazione e tutto ciò che ne deriva – e che evolverà nei successivi Klesha. Inoltre, un senso di sé ipertrofico porterà a vivere abnormemente male ogni esperienze di frustrazione, che verrà vissuta come “ferita” profonda, cagionando sofferenza inutile, comportamenti che andranno dal ritiro all’estrema reattività, bellicosità, bisogno di manipolazione e riconoscimento abnormi ecc proseguendo con la pletora dei cosiddetti – come li chiamiamo oggi – “disturbi narcisistici”. Meno noto è che anche la timidezza e la riservatezza estreme possono nascondere un ego ipertrofico che, nel timore di vedere incrinata la propria autorappresentazione di grandezza sceglie di rifuggire all’esposizione di sé e al confronto con gli altri. Con la stessa manifestazione, ma con base diametralmente opposta, un’incerta rappresentazione di sé potrebbe rendere impossibile gestire adeguatamente le sfide della vita. Non a caso, nei percorsi spirituali tradizionali è considerato fondamentale testare e temprare il carattere e la volontà del praticante. Perché il percorso dello Yoga è un percorso sfidante, dove si incontra il più grande dei propri potenziali “nemici”: se stessi. E molto più facile dare pugni o correre a destra e a manca che fermarsi e guardarsi dentro… e da lì ripartire.

Raga

L’attaccamento, il desiderio, la tensione verso tutto ciò che per adattamento evolutivo e culturale nella nostra mente, conscia e inconscia, ha la funzione di portare benessere. Le sue origini, così come per Dwesha che ne è il contraltare, sono nella tensione della vita verso il suo stesso mantenimento. Si pensi ad una struttura fondamentale come quella cellulare: la cellula si avvicina a ciò che le consentirà il mantenimento del ciclo vitale (nutrimento e riproduzione anzitutto) e si allontana da ciò che mette a rischio o non soddisfa le sue necessità primarie orientate al mantenimento delle vita. Questo stesso discorso di base resta valido in essenza a livello di individuo o di specie che sia. Quando Raga guida il nostro essere al mondo, diventa cagione di grande sofferenza: forme di dipendenza e attaccamento patologiche (portatrici di sofferenza), desiderio compulsivo (di sesso, cibo, sostanze, esperienze estreme…) sono tutte manifestazione di questo Klesha.

Dwesha

La repulsione. Così come la figura è definita in virtù dell’esistenza di uno sfondo a cui contrapporsi, così Dwesha rappresenta il contraltare di Raga: se esiste qualcosa che attrae, necessariamente esiste qualcosa che non attrae e/o respinge. Nella psicologia del profondo è un po’ come se funzionassimo attraverso una modalità binaria, dinamica, di “si/no”, accolgo/rifiuto a livello inconscio, “rettiliano” potremmo dire. Dwesha può bloccare. Si pensi alle attività ed esperienze che si sa farebbero bene aiutando ad espandere la propria comfort-zone ma che vengono evitate o procrastinate con le più svariate giustificazioni, o alle fobie, dovute a trauma o meno.

Come riferito per Asmita, Raga e Dwesha sono condizioni essenziali del nostro essere al mondo. Anzi, sono il vero e proprio “sale della vita”. La condizione di totale assenza di desiderio e repulsione è letteralmente patologica e disadattiva. Esiste una rara sindrome neuropsicologica, dovuta a particolari lesioni cerebrali, il cui sintomo principale è – molto emblematicamente – la totale assenza di azione. Immaginiamo la nostra vita come una biga trainata da vari cavalli, tra cui Raga e Dwesha: se guidano loro la corsa si fa problematica, ma in assenza di essi… non vi è proprio corsa!

Ciò che definisce i Klesha in quanto tali è lo squilibrio potenziale che queste condizioni hanno in nuce. Inoltre, l’infinita complessità della mente umana al presente stadio evolutivo ha reso tutto apparentemente più confuso, fino al punto in cui, come tutti sanno, esistono attitudini e comportamenti che paiono violare il principio di ricerca del bene/evitamento del male: per alcuni essere abbracciati è uno strazio, per altri tagliarsi il corpo con una lametta è un’esperienza necessaria e bramata. La chiave per comprendere questi esempi risiede nel principio dell’apprendimento per condizionamento e della scelta del “minore dei mali”: per alcune persone essere abbracciati è motivo di profondo disagio per ragioni di adattamento psicodinamico (ragioni che non verranno discusse in questa sede), per altri sentire il dolore e vedere il sangue scorrere è un modo per tornare a vivere il presente – qui e ora – del corpo, catturati dal richiamo primordiale dell’emergenza del proprio sangue che scorre e astraendosi così dal profondo dolore interiore, esistenziale, che si sta vivendo.

Abhinivesha

La paura della morte insita nell’istinto di conservazione. Letteralmente “gusto che si ha di sé stessi”. Può essere visto come il vertice di un ideale triangolo avente come angoli alla base Raga e Dwesha. Per Abhinivesha valgono le stesse considerazioni espresse nelle note sopra riportate: si pensi alla scelta paradossale del suicidio come soluzione ai problemi della vita, per la sensazione di non riuscire a tollerare la propria sofferenza. Magari a causa di disposizioni genetiche alla depressione maggiore o altri importanti disturbi dell’umore, condizionamenti culturali, circostanze di vita estreme, dolore intollerabile… le ragioni possono essere molte e in questa sede non si intende giudicare nulla, semplicemente comprendere le logiche sottostanti ai temi in esame. Tuttavia, la più comune espressione in cui si manifesta Abhinivesha può prendere la forma della paura di vivere. La paura di affrontare le sfide della vita, che si tratti di esporsi professionalmente o avere coraggio nelle relazioni sociali o nelle scelte esistenziali. Anche le ossessioni come ad esempio quella per l’alimentazione possono avere le loro fondamenta in questo Klesha: un conto è infatti la sacrosanta attenzione e cura di sé, alimentazione compresa, un conto l’eccesso di investimento emozionale e mentale che taluni individui hanno, ad esempio, nei confronti di uno stile dietetico ipersalutista, da cui vengono ossessionati. In questi casi è in genere facile osservare una marcata “polarizzazione” nelle rappresentazioni dei vari alimenti, distinti in “veleni assoluti” e cibi che “garantiscono immunità alle malattie e lunga vita”… e trovandosi così a vivere in maniera  intimamente molto ansiosa – e quindi poco sana – la propria relazione con il cibo… e con la vita. Il senso è il bisogno di controllo che la mente fisiologicamente ha nei confronti della realtà e dei suoi fenomeni… malattia e morte compresi. A questo punto, soffermandosi un attimo a ragionare su quanto fin qui esposto, dovrebbe essere abbastanza intuitivo comprendere l’interdipendenza dei vari Klesha; come questi interagiscano l’uno con l’altro, compenetrandosi.

Si provi a ragionare su di sé applicando i concetti fin qui esposti, senza giudicarsi, con curiosità e volontà di comprensione… dove ci si sente in disequilibrio? In che direzione?

La presa di coscienza è la condizione primaria e necessaria per iniziare a gestire qualsiasi problema o ragione di sofferenza, evitando di farsi trainare alla cieca dalle forze che guidano la propria esistenza. Il cammino dello Yoga offre strumenti potenti per ristrutturare la propria mente e imparare a gestire le sfide che quotidianamente ci pone la nostra mente. Spunti, pratiche ed esercizi seguiranno.

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Angelo Bertuccio

Insegnante di Yoga Integrale

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